Banche centrali: i mercati sono troppo hawkish. Cosa sta succedendo ai tassi di interesse e perché stanno salendo è la domanda che Fondi&Sicav ha rivolto a Ombretta Signori, Head of Macroeconomic Research and Strategy di Ofi Investment Asset Management

“I tassi stanno salendo a livello globale per una serie di fattori che spingono al rialzo le scadenze più lunghe. Direi che si è dinnanzi a un cocktail di motivazioni. In primo luogo c’è un tema di natura fiscale: le politiche espansive delle economie avanzate hanno portato a un deterioramento dei conti pubblici. Sicuramente la situazione geopolitica ha provocato un aumento dei prezzi dell’energia che, a sua volta, alimenta l’inflazione e spinge al rialzo i tassi. Poi ci sono gli Stati Uniti, dove le ragioni vanno ricercate nella resilienza della crescita economica e negli elevati investimenti in Ai. A questi fattori si somma l’elevata offerta di emissioni obbligazionarie che dovrebbe invadere il mercato per finanziare il debito pubblico, ma anche gli hyperscaler, che stanno ricorrendo al mercato dei capitali per sostenere il loro capex. Si paventa quindi uno scenario in cui c’è la possibilità che si inneschi una vera e propria competizione tra governi e imprese per attrarre gli investitori”.
L’economia reggerà tassi più elevati?
“Probabilmente bisognerà attendere il prossimo anno per capirne gli effetti, ma, sino a ora, non si rileva alcun rallentamento nella crescita e negli investimenti in Ai. La forza degli Stati Uniti trova ragione anche nel fatto che è meno impattata dalla crisi energetica, essendo un paese netto esportatore di idrocarburi. Ciò che invece sorprende, in termini di resilienza, è l’Eurozona. Infatti, le stime del Pil erano state riviste al ribasso con lo scoppio della guerra nel Golfo, tanto da prospettare una recessione nel Vecchio continente. Così non è stato e, addirittura, il 2026 potrebbe concludersi con un aumento della crescita dell’1%, un livello molto vicino al potenziale. Tuttavia, quando si analizzano le voci del Pil, si percepisce che il contributo dei consumi privati e degli investimenti rimane ancora basso, segnale che rivela la debolezza delle due più grandi economie europee: Francia e Germania. Credo si possa addirittura parlare di decoupling tra il Nord e il Sud del continente, quest’ultimo trainato nel primo semestre soprattutto dalla Spagna; anche l’Italia non ha deluso, nonostante sia più esposta alla crisi energetica in Medio Oriente. Su Francia e Germania, invece, pesano i problemi domestici e un’incertezza di natura politica. Per la prima, in verità, la crescita dei primi sei mesi è stata negativa, mentre riguardo alla seconda, le speranze sono che il consistente piano di stimoli varato da Berlino vada ad alimentare la spesa pubblica per consumi finali nel prossimo futuro. Tuttavia, non ci attendiamo un’accelerazione del Pil di Eurozona nella seconda parte dell’anno a causa della crisi energetica, assumendo che la situazione gradualmente si normalizzi.”
Cosa vi attendete dalla Bce?
“Non pensiamo abbia finito di alzare il costo del denaro, una misura che riteniamo giustificata dal contesto generale: l’inflazione complessiva è salita e potrebbero esserci dei rialzi anche per la componente core in cui la voce servizi ha toccato il 3%. Non abbiamo ancora superato il picco dei prezzi al consumo e, di fatto, tassi al 2,5% non possono essere utilizzati per definire la politica monetaria della Bce come restrittiva. Quindi, ci attendiamo un altro aumento entro la fine dell’anno, a meno che la situazione geopolitica peggiori e alcune negoziazioni salariali richiedano un ulteriore intervento e porti i tassi al 3%. Ma, a dire la verità, pensiamo che i mercati siano troppo negativi in merito alle prossime mosse della Banca centrale.”
E per quanto riguarda la Fed?
“Nei commenti del presidente Kevin Warsh è emerso che, anche con un altro aumento dei tassi d’interesse, le condizioni monetarie in America probabilmente non sono restrittive. Ne consegue che, visto il livello elevato del Pce, che è il parametro di riferimento usato dalla Fed, ci attendiamo altri due rialzi, considerando anche il mercato del lavoro, per il momento è in equilibrio. Il nostro scenario centrale vede un tasso terminale a 4,5%, mentre il mercato, anche in questo caso è più negativo e si aspetta 4,75%-5%.”
Questa visione sui tassi di interesse vi ha portato ad aumentare la duration nei portafogli?
“Non nella situazione attuale perché il contesto è ancora incerto e potrebbe evolvere in modo binario, in senso positivo o negativo. Il driver principale, nel breve periodo, è la crisi energetica che riguarda non solo il petrolio, ma anche il gas e il diesel, su cui ad esempio non si sa se scatterà o meno il divieto di esportazione da parte degli Usa. Un numero elevato di investitori, soprattutto i cosiddetti “fast money”, sta scommettendo che i prezzi dei titoli obbligazionari scendano, ma perché la situazione cambi occorre un evento che cambi lo scenario.”

