Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel

inflazione

Nelle ultime settimane, una crisi geopolitica e lo shock dei prezzi del petrolio hanno generato volatilità sui mercati, ma con effetti limitati nel tempo: i listini azionari hanno rapidamente recuperato, come dimostra il rimbalzo dell’S&P 500, e gli spread creditizi si sono ridotti dai massimi. Al contrario, i tassi di interesse globali restano elevati rispetto a fine marzo e i mercati obbligazionari continuano a prezzare un orientamento restrittivo delle banche centrali.

Jeffrey Cleveland

Sul piano macroeconomico, le revisioni più recenti indicano un mercato del lavoro più resiliente del previsto. Il tasso di disoccupazione atteso negli Usa si attesta al 4,3% (dal precedente 4,6%), riflettendo una crescita della forza lavoro prossima allo zero.

Questo implica che anche una creazione occupazionale molto contenuta, nell’ordine di 10.000 posti al mese nel 2026, potrebbe essere sufficiente a mantenere stabile il tasso di disoccupazione, ridimensionando i segnali di debolezza emersi dai dati mensili più volatili. In questo contesto, rivediamo al ribasso le nostre stime di recessione, dal 30% al 20%, pur rimanendo al di sopra della media storica del 10%, alla luce dei rischi ancora presenti sul mercato del lavoro.

Sul fronte dell’inflazione, le nostre previsioni sono state leggermente riviste al rialzo, non tanto per effetto del petrolio quanto per le pressioni persistenti legate ai dazi.

L’inflazione core PCE è attesa intorno al 3% durante l’estate, per poi scendere al 2,4% entro dicembre 2026, grazie alla progressiva disinflazione nei servizi, sostenuta da una moderazione della crescita salariale.

Allo stesso tempo, prende forma uno scenario in cui la crescita della produttività potrebbe assumere un ruolo più centrale, anche se le prospettive di lungo periodo restano incerte in presenza di una dinamica occupazionale debole. In questo quadro, si conferma l’aspettativa di un allentamento monetario negli Stati Uniti, con tre tagli dei tassi nei prossimi 12 mesi, ma con tempistiche posticipate: due interventi attesi nel quarto trimestre del 2026 e uno all’inizio del 2027. I rendimenti dei Treasury decennali sono previsti in calo nel medio termine, pur restando stabili nel breve periodo a causa dell’inflazione ancora elevata e di una Fed attendista.

Al di fuori degli Stati Uniti, le attese di mercato appaiono meno convincenti, in particolare in Europa, Canada e Regno Unito. Nel caso britannico, il deterioramento del mercato del lavoro, con una perdita media di occupazione negli ultimi otto mesi, suggerisce che la debolezza della crescita potrebbe prevalere sulle pressioni inflazionistiche, mettendo in discussione le aspettative sui tassi.

Nel complesso, in uno scenario di base caratterizzato da disinflazione graduale, il credito continua a presentare prospettive favorevoli, sostenuto da spread contenuti e rendimenti iniziali elevati. Le recenti revisioni macroeconomiche, pur rilevanti, non modificano in modo sostanziale l’impostazione complessiva sulle prospettive di tassi e credito.