Nasdaq: Chip in rally sull’onda di Muse di Meta, mentre AMD supera 1.000 miliardi di capitalizzazione. Petrolio e rendimenti in calo sostengono il listino, ma la Fed e i dubbi sul finanziamento dell’intelligenza artificiale restano sullo sfondo. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il quotidiano fatto con l’AI

Wall Street ha aperto la settimana con un rally trainato dalla tecnologia. Il Nasdaq Composite ha chiuso in rialzo del 2,26% a 27.122,09 punti, il primo record dal 2 giugno. L’S&P 500 ha guadagnato l’1,49% a 7.764,80 e il Dow Jones lo 0,72% arrivando a quota 52.050,26.

A muovere il mercato sono stati i semiconduttori, in particolare i produttori di processori tradizionali. Intel è salita del 12,14% e Arm Holdings del 17,16%%, mentre AMD ha superato per la prima volta 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Il catalizzatore è Muse, l’agente di intelligenza artificiale lanciato da Meta l’8 settembre: i primi segnali di successo hanno riacceso le attese sulla domanda di chip. Gli agenti eseguono compiti invece di limitarsi a rispondere e ciò richiede molta capacità di orchestrazione affidata alle CPU. Arm stima che il fabbisogno di core per gigawatt di data center possa quadruplicare. Nvidia, simbolo della prima fase dell’Ai basata sulle GPU, è rimasta indietro. Meta ha chiuso in rialzo dell’11,43% dopo che Wells Fargo ha alzato il prezzo obiettivo a 796 dollari da 640.

Aiuto da petrolio e Bond

Il quadro macro ha fatto il resto. Il rendimento del Treasury decennale è sceso sotto la soglia del 5%. Il Brent è arrivato sotto i 100 dollari, al minimo dal 9 settembre, sulle speculazioni di una svolta nei colloqui sul Medio Oriente all’Assemblea generale dell’ONU, dove è atteso il presidente iraniano Pezeshkian. Per Art Hogan, chief market strategist di B. Riley Wealth, petrolio e rendimenti sono passati da freno a sostegno per il mercato, almeno nel breve periodo.

Keith Lerner, chief investment officer di Truist, fa notare che il rapporto prezzo/utili prospettico del tech nell’S&P 500 è sceso in meno di un anno da 32 a circa 21 volte. Nello stesso periodo le stime di utile del settore sono salite di circa il 20% negli ultimi tre mesi. A suo giudizio il comparto sconta già buona parte dell’incertezza.

Le voci prudenti

Non mancano le voci prudenti. Torsten Sløk, capo economista di Apollo, osserva che l’intero finanziamento dei data center poggia su un’ipotesi: che i grandi gruppi del cloud portino il cash flow operativo da 600 a 2.000 miliardi di dollari entro il 2030. Se la previsione non si realizzasse, avverte, ne seguirebbero spread in allargamento, tagli agli investimenti e un rallentamento della crescita americana.

Sullo sfondo resta la Fed, che la settimana scorsa ha alzato i tassi per la prima volta in tre anni. I mercati attribuiscono una probabilità del 50% a un nuovo rialzo il mese prossimo. Giovedì l’attenzione si sposterà sul vertice tra Trump e Xi Jinping, dove si parlerà di tregua commerciale, Iran e regolamentazione dell’Ai.