Adam Marden, Portfolio Manager, Fixed Income, T. Rowe Price

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L’aumento dell’inflazione a livello mondiale sta spingendo le banche centrali ad abbandonare il ciclo di riduzione dei tassi prima del previsto o, in alcuni casi, a riprendere ad aumentarli. La politica fiscale si sta muovendo nella direzione opposta, poiché i governi utilizzano i sussidi per il carburante e altre misure di sostegno per attenuare l’impatto sulla crescita derivante dalla guerra in Iran. La ripresa dell’attività manifatturiera globale sembra ora destinata ad accrescere queste pressioni, il che renderebbe l’inflazione più ampia e duratura di quanto i mercati si aspettino.

 

Adam Marden

Nazioni come il Regno Unito, la Nuova Zelanda e l’Australia dovranno fare i conti con gli effetti sulla crescita di una potenziale carenza a lungo termine di prodotti petroliferi raffinati come il carburante per aerei e il diesel, lasciando le banche centrali alle prese con esiti stagflazionistici che renderanno le loro decisioni di politica monetaria molto più difficili.

A complicare ulteriormente questo scenario si aggiungono chiari segni di una ripresa sostenuta degli indici dei direttori degli acquisti (PMI) del settore manifatturiero globale, dopo una tendenza al ribasso durata tre anni nel ciclo industriale. Inoltre, lo scorso anno il governo cinese ha annunciato la sua campagna “anti-involuzione” per frenare gli investimenti eccessivi e sostenere i margini di profitto in vari settori industriali. Sebbene l’impatto effettivo di questa politica sia discutibile, i suoi effetti hanno raggiunto l’economia cinese all’incirca nello stesso momento in cui il ciclo manifatturiero globale ha toccato il fondo e ha iniziato a registrare una svolta positiva.

La variazione su base annua dell’indice dei prezzi alla produzione in Cina è diventata positiva a marzo. I colloqui con i team di management delle aziende industriali cinesi suggeriscono che quasi tutti hanno aumentato i prezzi per compensare i maggiori costi delle materie prime e per rispondere a una domanda più solida.

I mercati hanno incorporato nei prezzi le implicazioni a breve termine del rialzo del greggio guidato dall’offerta, ma non l’inflazione più persistente legata alla ripresa del ciclo manifatturiero globale e agli aumenti dei prezzi industriali trainati da materie prime più costose. Ciò ha creato uno scenario in cui i mercati stanno cercando di ignorare un picco inflazionistico a breve termine, partendo dal presupposto che lo Stretto di Hormuz venga riaperto relativamente in fretta; tuttavia, gli investitori potrebbero rimanere delusi da un’inflazione strutturale che potrebbe persistere anche dopo la fine della crisi immediata dell’approvvigionamento energetico.