Software, società di servizi, come le rating agencies e i servizi di pagamento. Giordano Lombardo, Founder, CEO e Co-CIO Plenisfer Investments SGR

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Negli ultimi mesi abbiamo assistito a performance di mercato fortemente polarizzate. Da un lato, la performance spettacolare di alcuni settori, come i semiconduttori, i cosiddetti “facilitatori” della rivoluzione dell’AI. Dall’altro i presunti “perdenti” come le società di software, che hanno perso in pochi mesi una quota significativa del proprio valore di mercato, travolte dalla cosiddetta SaaS Apocalypse, la narrativa secondo cui l’intelligenza artificiale sarebbe destinata a rendere obsoleti i loro modelli di business. In mezzo, i protagonisti del gigantesco ciclo di investimenti che domina non solo la fantasia degli investitori ma anche le statistiche macro sulla crescita economica degli USA: i laboratori di frontiera di LLM (Large Language Model) e i cosiddetti hyperscalers, come Microsoft, Meta, Alphabet e Amazon.

Il mercato ha oscillato tra due sentimenti ambivalenti: da un lato premiando il presunto vincitore “finale” della gara, la cui palma passa nel giro di pochi mesi da uno all’altro degli hyperscalers, come nel caso di Google, passato nello spazio di sei-nove mesi dallo status di “perdente” a quella di “vincente”. Dall’altro lato, il mercato comincia a nutrire qualche dubbio sulla capacità futura di queste società di generare ritorni accettabili su questi investimenti.

Nel descrivere la fase in cui ci troviamo, molti osservatori citano le analogie con la bolla internet del 2000, dimenticando una differenza sostanziale: allora, molte società si finanziavano ricorrendo al mercato o al debito; oggi questi investimenti sono sostenuti da imprese estremamente redditizie, con bilanci solidi e flussi di cassa eccezionali. Il rischio, quindi, non è il fallimento dei protagonisti della rivoluzione. Il vero rischio è connesso all’orizzonte temporale entro cui i ritorni sul capitale torneranno ad essere sostanziali.

In realtà, ogni rivoluzione tecnologica produce vincitori, vinti e una lunga serie di previsioni sbagliate. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. La velocità con cui evolve il settore e con cui cambiano le leadership rende estremamente difficile distinguere le tendenze strutturali dalle semplici narrative di mercato.

Una cosa è certa: costruire il futuro richiede infrastrutture fisiche, energia, capacità computazionale e investimenti nell’ordine dei trilioni di dollari. Il capitale è tornato a essere una risorsa scarsa e il suo costo torna a incidere sulle valutazioni anche nel settore tecnologico, dopo che per oltre vent’anni i modelli di business sono stati asset light, caratterizzati da elevata scalabilità, basso assorbimento di capitale e abbondante generazione di cassa.

Non abbiamo la presunzione di capire in anticipo chi saranno i futuri vincitori della corsa all’AI, quindi abbiamo preferito puntare sui “facilitatori”, cioè i fornitori di pale e picconi della corsa all’oro: semiconduttori, infrastrutture, data center, componentistica avanzata e tutto ciò che rende possibile questa trasformazione.

Sono stati i grandi protagonisti del rally di quest’anno, con crescite di prezzo spesso a due o tre cifre. Oggi però questi titoli sono più vulnerabili rispetto a uno scenario di rallentamento della corsa agli investimenti in AI, e riteniamo serva prudenza. Pensiamo invece che opportunità di investimento nei prossimi mesi si potranno trovare guardano all’universo dei cosiddetti “perdenti” dalla rivoluzione dell’AI: software, società di servizi, come le rating agencies e i servizi di pagamento.