Terza settimana di rialzi, +11% da inizio agosto, ultima chiusura sopra a 4.697,80 dollari, con puntate sopra 4.700 nell’intraday: il rally è reale, spinto da Fed, Tesoro e banche centrali. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

Questa volta la parola rally è giustificata dai numeri. Il future sull’oro con scadenza dicembre ha chiuso lunedì a 4.697,80 dollari l’oncia, in rialzo di 17,20 dollari rispetto al settlement di venerdì (4.680,60), dopo una seduta in cui il metallo è tornato sopra quota 4.700 per la prima volta dal 13 maggio. Venerdì l’oro aveva archiviato la terza settimana consecutiva di guadagni, con un progresso superiore al 5%, riportandosi sopra la media mobile a 200 giorni. Da inizio agosto il rialzo cumulato è di circa l’11%.
Restiamo tuttavia lontani dal record del 29 gennaio, quando il metallo toccò un massimo di 5.597,23 dollari prima di una correzione che a fine giugno lo aveva spinto sotto i 4.000. Salvo diversa indicazione, i prezzi citati si riferiscono al future dicembre quotato al Comex, non all’oro spot.
Le cause del movimento sono tre, e si rafforzano a vicenda.
La prima è monetaria: un dato sull’inflazione americana più freddo delle attese ha ridimensionato la probabilità di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve. Il mercato oggi prezza un solo aumento nel 2026, contro i due attesi fino a poche settimane fa, e assegna circa il 69% di probabilità a tassi fermi al 3,50-3,75% nella riunione del 15-16 settembre. Tassi reali attesi più bassi riducono il costo opportunità di un asset che non paga cedole. A questo si è aggiunta la decisione del Tesoro americano di raddoppiare a 4 miliardi di dollari per sessione il programma di riacquisto di titoli a lunga scadenza: un intervento letto dal mercato come segnale di stress sul debito, e quindi come argomento a favore dell’oro.
La seconda causa è strutturale: le banche centrali.
Nel secondo trimestre gli acquisti ufficiali hanno raggiunto le 288,9 tonnellate, record trimestrale e +62% sull’anno precedente, secondo il World Gold Council. La banca centrale cinese compra da 21 mesi consecutivi e da inizio anno ha aggiunto circa 60 tonnellate alle proprie riserve. Il dettaglio decisivo è che questi acquisti sono avvenuti mentre i prezzi scendevano e gli ETF registravano deflussi netti per 45 tonnellate: accumulazione sovrana contro liquidazione retail. È il pavimento su cui il rally di agosto si è costruito, ora che anche i flussi privati si sono girati.
La terza causa è geopolitica e fiscale:
le nuove sanzioni americane contro l’Iran annunciate lunedì, lo stallo sullo Stretto di Hormuz, e i timori sulla sostenibilità del debito americano che HSBC indica come motore della domanda di copertura.
Gli elementi contrari non mancano. Il primo è speculare alla causa principale: se l’inflazione di agosto, in uscita il 10 settembre, sorprendesse al rialzo, la probabilità residua di una stretta Fed (circa il 31%) tornerebbe a pesare sui rendimenti reali e sul dollaro, i due nemici storici del metallo. Il secondo è valutativo: Bloomberg Intelligence osserva che nel primo trimestre l’oro ha toccato la valutazione più alta rispetto ai Treasury in quasi quarant’anni, e che in caso di frenata dell’azionario i bond americani potrebbero risultare il rifugio più conveniente. Il terzo è tecnico: dopo tre settimane di rialzi, le prese di profitto sono fisiologiche. Non a caso i target istituzionali di fine anno, pur sopra i prezzi correnti, sono stati tutti rivisti al ribasso rispetto a gennaio.
Inoltre è vero che l’oro ha sostituito i Treasury erosi dall’inflazione e da una politica monetaria debolissima, però il loro andamento è anche legato a quello degli asset rischiosi in generale, anche questi ultimi, comunque, legati a tassi bassi.
Resta la domanda di fondo: l’oro è tornato bene rifugio?
La tesi della perdita di status nasceva da un fatto imbarazzante: nel marzo scorso, primo mese del conflitto con l’Iran, l’oro perse il 14,5%, più dell’azionario mondiale (-9%) e dell’S&P 500 (-7,8%). Morgan Stanley parlò di un metallo la cui sensibilità alla politica monetaria aveva soppiantato la funzione di copertura: lo shock petrolifero rafforzava il dollaro di un’America esportatrice di energia, e il rifugio era il biglietto verde, non l’oncia.
Agosto riabilita l’oro, ma con una riserva importante. Il metallo sale insieme alle tensioni su Iran e Hormuz, ai dubbi fiscali e agli acquisti delle banche centrali: comportamento da rifugio classico. Il grilletto del rally, però, è stato monetario, non geopolitico. L’oro non ha riconquistato l’autonomia dai tassi reali: si è semplicemente riallineato a tassi reali che ora gli sono favorevoli. La vecchia visione è tornata, ma in versione condizionata. Il verdetto vero arriverà tra il 10 e il 16 settembre, tra inflazione e Fed: lì si vedrà se il rifugio regge anche quando il vento monetario cambia direzione.

