Buffett e il portafoglio di Berkshire Hathaway La posizione che ha reso di più è l’unica che nessuno ha toccato. Articolo tratto da Asset Intelligence- Il Quotidiano fatto con l’AI
Dal 31 marzo Apple è salita di oltre il 30% e ha portato la partecipazione di Berkshire Hathaway da 57,84 a quasi 76 miliardi di dollari: 18 miliardi guadagnati senza una sola operazione. Nello stesso arco di tempo Greg Abel, che ha sostituito l’oracolo di Homaha alla guida operativa del fondo, ne ha impiegati altrettanti fra Alphabet, il costruttore di case Taylor Morrison e i riacquisti di azioni proprie. Il 28 luglio la mela ha chiuso a un soffio dai 5.000 miliardi di capitalizzazione; giovedì ha battuto le stime e ha perso il 6% nell’after hours. Dietro, la montagna da 397,4 miliardi in cassa e Buoni del Tesoro ha smesso di crescere
Ci sono due modi per curiosare nel portafoglio di Warren Buffett. Il primo è quello che fanno tutti: si apre il modulo 13F depositato alla Securities and Exchange Commission, si scorre la prima riga e si scrive che Apple è il titolo più pesante di Berkshire Hathaway. È vero. Il secondo è più faticoso: al 13F si affiancano il bilancio trimestrale e quattro mesi di prezzi di mercato, e si scopre che il documento più famoso della finanza americana racconta meno della metà della storia.
La mela ridotta di tre quarti, e risalita di un terzo
Al 31 marzo 2026 Berkshire Hathaway possedeva 227.917.808 azioni Apple, per un controvalore di 57,84 miliardi di dollari. Fanno il 21,99% del portafoglio azionario quotato dichiarato (263,1 miliardi complessivi) e l’1,55% del capitale della società di Cupertino. Prima posizione, senza discussione.
Ma il numero che conta è un altro. Il 30 settembre 2023 Berkshire aveva in mano 915.560.382 azioni Apple, che allora valevano oltre il 40% degli attivi investiti del gruppo. Nei trimestri successivi ne sono state vendute 687.642.574: un taglio del 75%, culminato con le 10.294.956 azioni cedute nell’ultimo trimestre di Buffett da amministratore delegato. Il carico medio degli acquisti, cominciati nel primo trimestre del 2016, era stato di 39,62 dollari per azione. Il prezzo medio di realizzo delle vendite: 180,98 dollari. Chi si scandalizza per le vendite dimentica un dettaglio: Buffett ha incassato, non liquidato.
E qui arriva la sorpresa. Il 13F del primo trimestre 2026, il primo firmato dalla nuova gestione — con Greg Abel amministratore delegato dal 1° gennaio e Buffett rimasto presidente — ha lasciato Apple esattamente dov’era: nessuna vendita. Dopo quasi due anni di sforbiciate trimestrali, la serie si è interrotta di colpo. Ed è stata la decisione più redditizia dell’anno, perché consisteva nel non decidere nulla. Il 28 luglio Apple ha chiuso a 340,08 dollari, massimo storico e primato mondiale di capitalizzazione davanti a Nvidia: 4.995 miliardi, contro i 340,43 dollari che sarebbero serviti per chiudere sopra quota 5.000. Giovedì 30, dopo due sedute di ripiegamento, ha chiuso a 333,43. A quel prezzo il pacchetto residuo di Berkshire vale 76 miliardi: 18 in più rispetto al 31 marzo, quasi il doppio di quanto Abel abbia investito in tutto il trimestre.
Nel dopoborsa la stessa Apple ha però perso il 6%. I conti del terzo trimestre fiscale, usciti giovedì sera, hanno battuto le attese su tutta la linea: ricavi per 109,42 miliardi (più 16%), utile netto di 29,79 miliardi, 2,02 dollari per azione contro 1,57 di un anno prima, iPhone a 54,2 miliardi. A fare male sono state tre righe minori (servizi a 30,74 miliardi contro i 31,22 attesi, Grande Cina a 18,8 contro 19,5, iPad a 6,19 contro 6,92) e soprattutto la guidance: crescita del 9-11% nel trimestre in corso, contro il 12% abbondante stimato dagli analisti, per carenza di componenti. Era l’ultima trimestrale di Tim Cook: dal 1° settembre l’amministratore delegato è John Ternus. Berkshire si ritrova azionista di una società che cambia guida mentre entra nel ciclo del prossimo iPhone.
I rincalzi che nessuno guarda
Sotto la prima riga il portafoglio si fa interessante proprio perché è immobile. Ai valori del 13F, American Express valeva 45,9 miliardi, il 17,43%; Coca-Cola 30,4 miliardi, l’11,56; Bank of America pesava il 9,52%; Chevron il 6,64%. Le prime cinque posizioni facevano il 67,1% del totale, e i servizi finanziari da soli il 36,2%.
Il punto è che Amex e Coca-Cola non si toccano da decenni: 151.610.700 azioni della prima, 400 milioni esatti della seconda, con gli acquisti chiusi rispettivamente nel 1998 e nel 1994. Da allora il numero di azioni non è cambiato di una unità. La quota di Berkshire in American Express è cresciuta lo stesso (oggi il 22,2% del capitale) perché è la società a ricomprare le proprie azioni: una posizione che ha guadagnato peso senza che nessuno, a Omaha, muovesse un dito.
Quattro mesi fa il divario fra Apple e American Express era di 12 miliardi scarsi, e il sorpasso sembrava a portata. Non è andata così. Amex ha perso il 4,3% il 24 luglio dopo i conti del secondo trimestre (ricavi per 19,64 miliardi, più 10%, utile per azione a 4,53 dollari) e giovedì ha chiuso a 336,97 dollari: la partecipazione vale 51,1 miliardi. Il divario si è più che raddoppiato, a quasi 25 miliardi. Le classifiche costruite sul 13F invecchiano in fretta.
Le mosse di Abel, e quella che non era sua
La mossa grossa resta Alphabet. Nel primo trimestre la posizione è passata a 54.249.798 azioni di classe A per 15,6 miliardi, più una quota di classe C: un balzo di oltre il 200% nel conteggio delle azioni. Poi, in giugno, altri 10 miliardi in collocamento privato, dentro la raccolta di capitale con cui Google finanzia la propria corsa all’intelligenza artificiale. Prezzo pagato: 351,81 dollari per azione di classe A, 348,20 per la classe C.
Qui il racconto va corretto. Per mesi la lettura corrente è stata quella del successore tecnologico che rompe con il predecessore refrattario al software. In un’intervista di metà luglio Buffett ha smontato la ricostruzione con due parole: l’idea, ha detto, l’ha «avviata» lui, precisando che l’ultima parola resta comunque ad Abel e che i due si sentono ogni giorno. Non è una svolta generazionale: è continuità.
Continuità che, per ora, costa. Alphabet ha ceduto circa il 7% dopo i conti del 22 luglio, appesantita da una guidance sugli investimenti alzata a 195-205 miliardi per il 2026, e ha chiuso giovedì a 333,66 dollari, il 17% sotto il massimo di chiusura del 13 maggio (402,38). La tranche da 10 miliardi comprata a giugno è sotto il prezzo di carico. Resta comunque, con quasi 30 miliardi, la terza posizione del portafoglio.
Il resto delle mosse di Abel è minore, ma parlante. Delta Air Lines, 2,65 miliardi, posizione nuova: nel 2020, in piena emergenza del Covid, Buffett aveva liquidato in blocco tutte le compagnie aeree, definendo quell’investimento un errore. Il New York Times, triplicato a 15,1 milioni di azioni per oltre 1,1 miliardi. Una piccola posizione su Macy’s, 55 milioni: irrilevante per dimensioni, non per segnale. Dall’altra parte del libro mastro, la pulizia: uscite complete da Amazon, UnitedHealth, Visa, Mastercard e Domino’s Pizza, Chevron alleggerita del 35%. Le posizioni dichiarate sono scese da una quarantina a 29.
La montagna comincia a scendere
Il vero cambiamento non è nel 13F. Fra aprile e luglio Berkshire ha impiegato liquidità a un ritmo che non si vedeva da anni.
Il 24 luglio si è chiusa l’acquisizione di Taylor Morrison, costruttore di case di Scottsdale: 72,50 dollari per azione in contanti, 6,8 miliardi di valore del capitale, 8,5 di enterprise value. È la prima operazione rilevante firmata da Abel. Taylor Morrison verrà unita a Clayton Properties Group, i 15 costruttori regionali già in casa Berkshire: insieme fanno quasi 23 mila consegne all’anno in 21 stati, quarto operatore americano del settore. Sheryl Palmer resta amministratore delegato.
Poi ci sono i riacquisti. Abel aveva riaperto il rubinetto il 4 marzo dopo 21 mesi di stop, con 234 milioni nel primo trimestre: cifra simbolica. UBS stima che fra il 15 aprile e il 14 luglio Berkshire abbia ricomprato azioni proprie per circa 8,5 miliardi (36 volte tanto) deducendolo da un deposito 13D/A collegato alle donazioni benefiche di Buffett, a multipli attorno a 1,45 volte il patrimonio netto. Sommando OxyChem (9,7 miliardi), Alphabet (10), Taylor Morrison (6,8) e i buyback, siamo attorno ai 35 miliardi in quattro mesi. Non è più una goccia.
Che cosa guardare adesso
I conti del secondo trimestre sono attesi nei primissimi giorni di agosto, tradizionalmente di sabato mattina; il consenso stima ricavi per 95,3 miliardi e un utile di 5,24 dollari per azione di classe B. Il 13F con i dati al 30 giugno arriverà entro metà agosto. Tre domande aperte. Abel ha continuato a non vendere Apple? Alphabet è salita ancora, ora che è sotto il prezzo di carico? E quanto è scesa la liquidità?
UBS ha alzato il giudizio alla vigilia, portando l’obiettivo a 585 dollari per la classe B e stimando il titolo l’8% sotto il valore intrinseco, con revisioni al rialzo per BNSF e per una stagione assicurativa povera di catastrofi. Vale la pena ricordare il contesto: da inizio anno le azioni Berkshire sono sostanzialmente ferme, con l’indice S&P 500 avanti di circa sette punti. La prudenza costa in Borsa prima ancora che in bilancio.
Sullo sfondo, una decisione personale che riguarda il futuro assetto proprietario. Il 14 luglio Buffett ha annunciato una nuova tornata di donazioni, accelerando i trasferimenti verso le fondazioni dei figli ed escludendo per la prima volta in decenni la Gates Foundation. Il calendario che ne esce lo porta a cedere per intero la propria partecipazione, circa 140 miliardi di dollari, entro il 2034.
Il vero portafoglio è ancora in bond
Adesso il bilancio: è dove la storia cambia di segno. Al 31 marzo Berkshire Hathaway aveva 397,4 miliardi di dollari fra cassa, equivalenti e Buoni del Tesoro americani a breve termine. È il massimo storico: il precedente record era i 381,7 miliardi del terzo trimestre 2025, e a fine 2025 il saldo era di 373 miliardi.
Una montagna di T-Bill. Di quei 397,4 miliardi, circa 339,3 sono in T-Bill. Rendono intorno al 3,7%. Nel solo primo trimestre l’accrescimento contabile è stato di 3,07 miliardi: sull’anno, circa 12 miliardi di interessi. Il resto, una cinquantina di miliardi, è cassa vera e propria. La liquidità valeva il 31,7% delle dimensioni dell’intero gruppo, il massimo mai registrato. Berkshire è oggi uno dei maggiori detentori privati di debito pubblico americano al mondo.
Il confronto con l’azionario resta impietoso, ma meno di quattro mesi fa: ai prezzi di chiusura del 30 luglio i soli T-bill valgono quattro volte e mezza la partecipazione in Apple, non sei. E il numeratore è destinato a scendere: i 35 miliardi impiegati fra aprile e luglio usciranno proprio da lì. Il trimestre in uscita sarà il primo test vero.
Non è un incidente. Fra il 2022 e il 2024 Berkshire ha venduto azioni per 172,93 miliardi netti, 134,1 dei quali nel solo 2024. Le obbligazioni a scadenza fissa, corporate e Treasury a lunga, restano una voce marginale, 15 o 25 miliardi a seconda del trimestre: poco più di un arrotondamento. Buffett non ha mai amato la duration e preferisce incassare quasi tutto il rendimento sulla parte breve della curva senza correre rischi di tasso.
Ma la curva si è mossa contro di lui. Il 29 luglio la Federal Reserve ha lasciato i tassi fermi al 3,50-3,75% per la quinta riunione consecutiva, con un voto 9-3: i presidenti di Cleveland, Minneapolis e Dallas volevano alzare di un quarto di punto. È la prima volta dal settembre 2016 che tre membri dissentono nella stessa direzione. Il mercato ora prezza due rialzi da 25 punti base entro fine anno; lo strumento FedWatch del CME assegna al mantenimento in settembre poco più del 40% di probabilità, contro il 24% del giorno prima. Il biennale ha chiuso al 4,24%, oltre mezzo punto più dei T-bill in portafoglio. Restare sulla parte cortissima della curva non è più gratis: è una scommessa esplicita sul rialzo.
E poi c’è il Giappone
Le cinque sogo shosha, Itochu, Marubeni, Mitsubishi, Mitsui e Sumitomo, non compaiono nel 13F, perché quotate a Tokyo, e sfuggono a ogni classifica costruita su quel documento.
Il 7 maggio 2026 Berkshire ha superato il 10% anche in Sumitomo (dal 9,30% al 10,05%, 119,8 milioni di azioni) e in Marubeni (dal 9,32% al 10,10%, 165,3 milioni), completando il set: ora supera il 10% in tutte e cinque. Il costo complessivo dell’operazione, cominciata nel 2020, è di circa 15,4 miliardi; il valore di mercato viaggia fra i 35 e i 40. Nella sua prima lettera agli azionisti Abel le ha definite partecipazioni centrali, paragonabili per importanza alle grandi posizioni americane. Aggregate, valgono metà di Apple. Un dato che nessuna classifica riporta.

