Il rischio di una diversificazione apparente. Un buon portafoglio d’investimento non si costruisce sul presupposto di anticipare le inversioni dei mercati o di individuare in anticipo i temi vincenti ma, al contrario, sulla capacità di resistere agli errori di previsione. Carlo Benetti, market specialist di Gam

 

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Oltre un terzo dell’indice S&P 500 è rappresentato da una manciata di grandi società protagoniste del ciclo di investimenti nell’AI. I prezzi però pattinano su ghiaccio sottile: se la crescita dei ricavi dovesse rallentare anche di poco rispetto alle aspettative, lo scossone potrebbe essere brusco e non limitato ai soli mercati azionari.

 

La concentrazione si estende al credito, alle infrastrutture, al settore immobiliare, l’investitore si trova così alle prese con il rischio della diversificazione apparente: sembrava fosse amore ed era, invece, la stessa scommessa espressa in modi diversi.

 

JPMorgan stima in circa duemila miliardi di dollari i finanziamenti forniti all’AI dal solo mercato investment grade: su questo presupposto, nel giro di pochi anni “gli hyperscaler potrebbero rappresentare quasi un quarto del mercato del credito americano che oggi è attorno al cinque per cento” (FT). Anche le emissioni high yield sono passate da una quota pressoché nulla a un valore stimato di quaranta miliardi di dollari in circolazione in poco più di un anno, circa il 3% dell’indice high yield americano.

 

La domanda di carta è stata così forte che gli spread sono rimasti sostanzialmente stabili: il fascino delle mirabili sorti e progressive dell’AI contagia anche il credito ma il premio per il rischio pagato agli investitori è inferiore a quello che gli indicatori di rischio suggerirebbero. Le obbligazioni globali high yield, per circa due terzi in emittenti statunitensi, presentano uno spread di soli 270 punti base rispetto ai titoli governativi.

 

I mercati entrano in una nuova fase: gli investimenti e le promesse di ricavi non basteranno, con il denaro più caro conteranno di più la diversificazione, la selezione delle aziende e delle emissioni, la qualità dei bilanci. Nessuno può sapere se e quando ci sarà un crollo dell’AI, magari siamo all’inizio di una trasformazione che, fra qualche anno, farà apparire ragionevoli queste valutazioni.

 

Ma non lo sappiamo. Sappiamo però che potremmo sbagliarci, sappiamo che quando la piscina si svuota, come ammonisce il buon Buffett, si vede chi nuota senza costume: quando cala l’entusiasmo, tornano ad avere rilevanza i fondamentali ovvero la qualità delle aziende, la robustezza dei bilanci, la disciplina finanziaria.

 

Mentre tutti cercano certezze impossibili da ottenere, la vera forza dell’investitore resta la sua capacità di dire “potrei sbagliarmi”, il dubbio che rifugge le convinzioni granitiche protegge dalle decisioni impulsive e aiuta ad evitare errori costosi.