S&P500: J.P. Morgan alza il target di fine anno e si accoda ad almeno sette grandi broker. La tesi è una sola: l’intelligenza artificiale ha iniziato a monetizzare e gli utili corrono. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

L’ultima ad aggregarsi alla lunga lista degli ottimisti sull’S&P 500 è stata J.P. Morgan, che proprio in una giornata grigia e con le vicende iraniane tutt’altro che positive vede il maggiore indice azionario mondiale a quota 8.000 entro la fine dell’anno. Il ritocco, da 7.800 a 8.000 punti, è il secondo in due mesi e implica un rialzo di appena il 3,1% circa dall’ultima chiusura a 7.757,64 punti: più che una previsione audace, la certificazione di un traguardo ormai a portata di mano.

8.000 per via implicita

La banca americana arriva peraltro per ultima su un livello dove già sedeva mezza Wall Street. Sono almeno sette i grandi broker che vedono il benchmark a quota 8.000, od oltre, entro fine 2026: Goldman Sachs, Morgan Stanley e Deutsche Bank sono ferme a 8.000, UBS è nello stesso campo, mentre Citigroup e Oppenheimer si spingono a 8.100 e 22V Research a 8.060. Wells Fargo ha appena alzato l’asticella a 7.950, Barclays e Stifel gravitano intorno a 7.800. Fuori dal circuito bancario, il veterano Ed Yardeni vede addirittura 8.300. E persino l’aggregato bottom-up calcolato da FactSet, sommando i target price, delle singole società puntava a circa 7.969: quota 8.000, insomma, per via implicita.

Tre pilastri

Le motivazioni convergono su tre pilastri. Il primo è la monetizzazione dell’intelligenza artificiale, non più promessa, ma numero di bilancio: i portafogli ordini dei giganti del cloud (Alphabet, Amazon e Microsoft) si stanno convertendo in ricavi riconosciuti, attenuando i dubbi sul ritorno del capitale investito. J.P. Morgan stima per le società dell’S&P 500 un capex complessivo di 1.500 miliardi di dollari quest’anno, con la spesa legata all’AI oltre la metà del totale e in crescita.

Il secondo pilastro è gli utili: l’85,1% delle 436 società che hanno riportato i conti del secondo trimestre ha battuto le attese, ben oltre la media storica del 68% dal 1994, con una crescita dei profitti che viaggia verso il +50% annuo, la più forte dal 2021. Da qui le revisioni: J.P. Morgan ha alzato le stime di utile per azione a 365 dollari per il 2026 e 420 per il 2027, Goldman le aveva portate a 340 dollari già a maggio.

Terzo pilastro, il più rivelatore: nessuno scommette sull’espansione dei multipli. J.P. Morgan mantiene un rapporto prezzo/utili prospettico intorno a 20 volte, Goldman a 21, con l’eventuale calo dei rendimenti compensato, parole sue, da rallentamento della crescita, incertezza geopolitica e scetticismo sulla durabilità dei profitti da AI. Tradotto: quota 8.000 si raggiunge solo se gli utili consegnano fino all’ultimo dollaro.

I dubbiosi

I dubbiosi esistono, ma la trincea si assottiglia. A inizio luglio Stifel era la più cauta a 7.000 punti, Bank of America seguiva a 7.100, Société Générale e Wells Fargo a 7.300. Il fatto che Wells Fargo sia poi risalita a 7.950 e Stifel verso 7.800 racconta da solo la capitolazione degli orsi. Resiste Bank of America, che continua a segnalare valutazioni tirate e liquidità come bandierine rosse, avvertendo che il mercato ha bisogno di utili, non di multipli, per salire ancora.

Il convitato di pietra

C’è però un convitato di pietra che il coro rialzista sembra volere ignorare: l’inflazione, e con essa la Federal Reserve. Il greggio è tornato sopra gli 80 dollari con il Brent oltre 86, lo Stretto di Hormuz resta chiuso e il rendimento del Treasury decennale è salito al 4,68%, massimo del mese, proprio sui timori che il caro-energia riaccenda i prezzi. Il quadro è reso ambiguo dal mercato del lavoro: i non farm payrolls di luglio, fermi a 23 mila unità con disoccupazione al 4,1%, hanno spiazzato i falchi del FOMC, e ora il mercato scommette in maggioranza risicata su tassi fermi a settembre, dopo un’estate segnata dai dissensi interni al board. Ma se i dati sui prezzi in arrivo questa settimana confermassero le pressioni da petrolio, l’equazione degli 8.000 (utili record moltiplicati per 20 volte) rischierebbe di perdere il secondo fattore: con i rendimenti in salita, sono proprio i multipli fermi l’ipotesi più fragile.

Dietro le quinte

Ultima annotazione, dietro le quinte. Quando tutta Wall Street converge sullo stesso numero tondo con la stessa identica motivazione, la notizia non è la tesi, ma la sua unanimità: le revisioni al rialzo a catena, con l’indice a un soffio dal traguardo, dicono più sul posizionamento dei sell-side che sul mercato. Gli analisti, del resto, raramente anticipano le svolte: le inseguono. Quota 8.000, a questo punto, è meno una previsione che una fotografia. La vera domanda, sulla quale nessuna grande casa si sbilancia, è che cosa verrà dopo.