L’Economic Team di Payden & Rygel analizza il tempo mediamente intercorso tra l’ultimo rialzo e il primo taglio dei tassi nei cicli di inasprimento monetario

 

 

La scorsa settimana la Banca Centrale Europea ha alzato il proprio tasso di riferimento di 25 punti base, diventando la prima grande banca centrale ad aumentare i tassi nell’attuale scenario di shock dei prezzi petroliferi. Durante la conferenza stampa, la presidente Lagarde ha definito la mossa ovvia e sensata, sottolineando come, con il dato dell’inflazione più recente al 3,2% e con previsioni che la vedono sopra il target del 2% per gran parte del 2027, un intervento fosse giustificato.

 

Una tesi che non ci convince del tutto. In primo luogo, l’inflazione complessiva sta salendo a causa dei prezzi dell’energia, mentre l’inflazione core mostra scarsi segnali di accelerazione; inoltre, il rallentamento della crescita salariale nell’area euro dovrebbe limitare eventuali effetti di propagazione dell’aumento dei prezzi.

 

In secondo luogo, riteniamo che uno shock petrolifero rappresenti soprattutto un freno alla crescita economica, piuttosto che un elemento inflazionistico. Di conseguenza, tassi più alti rischiano di indebolire ulteriormente l’economia dell’Eurozona, che già nel primo trimestre del 2026 ha mostrato un netto rallentamento.

 

In terzo luogo, sebbene le aspettative di inflazione a breve termine siano aumentate, quelle di medio e lungo periodo rimangono ben ancorate. Infine, in tre dei suoi quattro precedenti cicli di rialzo, la BCE ha inasprito la politica monetaria prematuramente in risposta a prezzi energetici più elevati, per poi fare marcia indietro nel giro di pochi mesi, il dietrofront più rapido tra le principali banche centrali. Questa volta sarà diverso?