I riacquisti del Tesoro durano poche ore, la Fed di Warsh torna ad alzare i tassi. Il resto lo deciderà il petrolio. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

5,243 il decennale, 5,151 il 7Y, 5,072 il quinquennale e infine 5,010 il triennale. In una curva piattissima continua la corsa dei rendimenti del Treasury Usa, senza che il ministro del tesoro riesca in alcun modo a fermarla. Quali le cause di questa sfiducia che sta colpendo il governo Usa e sta rendendo sempre più insostenibile il servizio del debito? E soprattutto si tratta di una corsa che è destinata a continuare?

L’inflazione picchia ancora

La prima risposta è l’inflazione. Da 65 mesi i prezzi corrono sopra l’obiettivo del 2%, e la guerra con l’Iran ha riacceso il fronte energetico: il greggio ha aperto la scorsa settimana sopra i 100 dollari, il diesel ha superato il record dei 6 dollari al gallone. Le attese d’inflazione a un anno dell’Università del Michigan sono salite a settembre al 4,6%. Il 16 settembre la Fed di Kevin Warsh ha alzato i tassi per la prima volta in oltre tre anni, al 3,75-4%, e il mercato sconta altri rialzi entro fine anno. La stessa Fed ha spostato al 2029 il ritorno dell’inflazione al 2%.

La crescita

La seconda è la crescita. Il PMI composito di S&P Global è salito a settembre a 58,4, massimo dal luglio 2021. Un’economia che accelera mentre l’inflazione non scende è la combinazione peggiore per chi detiene obbligazioni e spiega la curva piatta: il tratto breve insegue la Fed, quello lungo non concede sconti. Con il biennale al 4,94%, tra due e dieci anni corrono appena 30 punti base. A inizio anno il decennale rendeva il 4,15%.

L’offerta di carta

La terza è l’offerta di carta. Il debito federale ha superato in agosto 40 mila miliardi di dollari e lo stesso Bessent ha ammesso che i rimborsi dei dazi stanno gonfiando il deficit. Al Tesoro si affianca la raffica di emissioni societarie legate agli investimenti in intelligenza artificiale, che competono per gli stessi capitali. Sulle scadenze lunghe è in corso da fine giugno un vero sciopero dei compratori e l’asta dei quinquennali del 23 settembre si è chiusa al 5,033%, con domanda debole.

Qui si misura l’impotenza di Scott Bessent. Il raddoppio dei riacquisti di titoli lunghi, in vigore dal 9 settembre al 4 novembre, ha prodotto ribassi durati poche ore; la prima operazione allargata ha persino comprato meno del massimo annunciato, alimentando le vendite. Mosse simili pesano poco su un mercato che scambia 1.200 miliardi di dollari al giorno, e secondo alcuni analisti rischiano di intralciare la Fed, rivelando un Tesoro più attento alle elezioni di midterm che alla stabilità dei prezzi.

La corsa continuerà?

Molto dipende dal petrolio: se il greggio ripiega, l’inflazione può rientrare e la Fed fermarsi. Se il conflitto si prolunga, il 5% rischia di diventare il pavimento e non il tetto. Per ora il mercato non dubita della solvibilità degli Stati Uniti, ma della capacità di Washington di tenere insieme deficit, inflazione e crescita. È una distinzione sottile e può assottigliarsi in fretta.