
Allianz Green Bond, il fondo lanciato a novembre 2015 poco prima della conferenza di Parigi sul clima (COP21), ha appena celebrato il suo quinto anniversario. Il team di gestione ripercorre le fasi di vita del fondo
Quale strategia è stata messa in atto sin dal lancio del fondo?
La strategia Allianz Green Bond è stata lanciata nel novembre del 2015, in vista della XXI Conferenza delle Parti sui Cambiamenti Climatici (COP21) indetta dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
All’epoca, il mercato dei green bond non era ancora così ben consolidato come lo è oggi, perciò abbiamo deciso di fissare l’esposizione minima del fondo green bond al 60%, con l’opzione di investire la parte restante del portafoglio in obbligazioni di emittenti “best-in-class” scelte in base al criterio ambientale (ovvero quelle del quartile superiore).
Poiché in meno di un anno il mercato ha raggiunto un’ampia diversificazione e la strategia ha ottenuto un’esposizione ai green bond di oltre l’80%, abbiamo sostituito il benchmark del fondo con uno totalmente dedicato ai green bond, l’indice ICE BofA Green Bond.
Da quel momento in poi, abbiamo gradualmente rafforzato gli investimenti nell’area per arrivare ad avere un’esposizione del 100% entro la metà del 2018. Oggi Allianz Green Bond è un fondo “puro”: tutte le obbligazioni in portafoglio sono green bond.
Un obiettivo ben definito: Dal lancio nel novembre 2015, la strategia di investimento del fondo mira a sensibilizzare i mercati finanziari e a promuovere la transizione verso un’economia a basse emissioni di CO2. Questo comporta il finanziamento della transizione energetica, la conservazione delle risorse naturali, la lotta contro il cambiamento climatico e l’adattamento ad esso.
Per raggiungere questo obiettivo, a partire dalla creazione della strategia abbiamo preso diverse decisioni importanti. Abbiamo scelto di sovrappesare gli emittenti corporate in linea con la filosofia d’investimento. Il capitale fornito dagli enti pubblici, per esempio dai governi, non può essere sufficiente a coprire gli ingenti investimenti richiesti ogni anno per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi, quindi gli investimenti da parte del settore privato sono fondamentali. Ecco perché abbiamo preferito incentrare la strategia sugli emittenti corporate.
Oltre a quello del tabacco, non abbiamo escluso nessun settore in maniera assoluta. Tutte le aziende che intendono cambiare il proprio business model e avviare una transizione credibile verso un modello conforme agli obiettivi di Parigi hanno bisogno di qualcuno che le assista nell’emissione di green bond.
Questo vale anche per le aziende che rientrano nei settori con un elevato volume di emissioni, purché abbiano strategie climatiche solide e ambiziose.
Il team è stato ampliato di recente?
Sì, quest’anno si è unita al team Maëva Ramadier, in qualità di Associate Portfolio Manager. Tra le altre cose, è incaricata della ricerca sui green bond e della gestione del fondo come gestore di supporto. Vincent Marioni, CIO Credit, è subentrato ad Hervé Dejonghe, attualmente incaricato delle strategie sul credito in ambito SRI. Il team dedicato comprende inoltre Samy Lounis in qualità di product specialist. Il suo ruolo consiste nel promuovere la strategia e contribuire a immetterla sul mercato in maniera più ampia.
Com’è cambiata la percezione dei green bond come asset class da parte degli investitori? Vi sono differenze in termini di approccio tra le diverse aree geografiche?
Nel 2015, quando è stata lanciata la strategia, i green bond non venivano considerati come una vera e propria asset class. Era opinione comune che si trattasse di un mercato di nicchia in via di espansione.
Benché in termini di volumi di emissioni stesse iniziando a crescere in maniera significativa, l’universo dei green bond era ancora relativamente limitato, con una ridotta diversificazione dal punto di vista geografico, settoriale o del profilo degli emittenti. Con il passare del tempo, grazie alla robusta crescita delle nuove emissioni, il mercato ha raggiunto dimensioni considerevoli.
Non dobbiamo dimenticare che alla fine del 2015 i green bond costituivano appena lo 0,1% di un indice fixed income globale, mentre oggi ammontano quasi all’1% degli indici globali, con volumi prossimi ai 500 miliardi di euro Per rendere l’idea, basti pensare che un indice high yield in euro consiste di circa 425 miliardi di euro in titoli idonei.
Il mercato dei green bond non è più un mercato di nicchia. Rappresenta una asset class pressoché a sé stante.
Gli investitori europei sono un passo avanti rispetto a quelli statunitensi o asiatici per quanto riguarda le valutazioni basate sui criteri ESG (Environmental, Social, Governance – Ambientali, sociali e di governance). Il loro interesse per le soluzioni d’investimento sostenibili è davvero sorprendente. Attualmente in Europa vi è una forte domanda di green bond e il numero di fondi d’investimento dedicati è cresciuto notevolmente negli ultimi due o tre anni.
Negli USA e in Asia la domanda sta incominciando a crescere, e si stima che nei prossimi anni aumenterà in maniera significativa. L’elezione di Joe Biden potrebbe influire positivamente su domanda e offerta statunitensi, data la sua intenzione di far rientrare gli Stati Uniti nell’accordo di Parigi.
Nel continente asiatico, particolarmente in Cina, le questioni inerenti la salute pubblica stanno spingendo verso progetti dall’impatto ambientale positivo e, quindi, verso l’adozione dei green bond. Benché vi sia ancora molto lavoro da fare per raggiungere l’allineamento con gli standard comunemente accettati, è probabile che il mercato continui a crescere.
Come s’inseriscono i green bond nell’asset allocation?
Alcuni investitori si domandano come inserire i green bond nella propria asset allocation. A nostro parere sono utili a diversificare un portafoglio obbligazionario globale, dal momento che il profilo di rischio-rendimento di un indice di green bond è simile a quello di un indice aggregato globale, con il quale è strettamente correlato.
Vi sono però alcune differenze strutturali tra i due tipi di indici, che consentono ai green bond di offrire una reale diversificazione. Tra queste vi è il fatto che i green bond hanno una duration leggermente più lunga e una maggiore esposizione agli emittenti corporate, mentre le obbligazioni governative hanno un peso maggiore negli indici aggregati globali.
I green bond, pertanto, possono essere utilizzati per diversificare un’allocazione aggregata globale e mantenere un profilo di rischio-rendimento equivalente, ma con una diversa composizione.
A nostro avviso, i green bond dovrebbero essere idealmente posizionati in una asset class a sé stante, che renda possibile misurare l’impatto positivo degli investimenti realizzati.
Ecco perché ci atteniamo a strategie pure, investendo unicamente in green bond: per garantire trasparenza sull’utilizzo dei fondi raccolti dagli emittenti. Crediamo infatti che un approccio “purista”, che non combini i green bond con altri tipi di emissioni, sia ideale per questa asset class.
Stiamo andando verso una standardizzazione del mercato?
Nell’attuale mercato dei green bond sono gli stessi emittenti a decidere autonomamente se il loro titolo sia green oppure no. Per compensare la mancanza di standard precisi e per garantire una maggiore trasparenza del mercato, l’International Capital Market Association (ICMA) ha definito nel 2014 i “Green Bond Principles”, o “GBP”, in base ai quali è possibile stabilire delle regole applicabili agli emittenti di green bond, ma si tratta di principi a cui aderire su base volontaria e non obbligatoria.
Per questa ragione la Commissione Europea ha annunciato la creazione di uno standard europeo per i green bond, che sarà analogo ai GBP salvo per alcuni aspetti, quali l’obbligo di sottoporre a verifica esterna la struttura dei green bond e il reporting finale dell’allocazione.
Il mercato sta per ottenere una regolamentazione e a uniformare i diversi standard di mercato attualmente in uso a livello globale. I principi che vengono applicati in Cina dal 2015, per esempio, differiscono da quelli internazionali per due motivi.
Il primo è relativo ai criteri di ammissione dei progetti: la Cina autorizza i progetti riguardanti il carbone ad alta efficienza, mentre gli standard internazionali escludono qualsiasi progetto che concerne i combustibili fossili.
Il secondo riguarda l’utilizzo dei proventi: gli emittenti di green bond cinesi possono usare fino al 50% dei fondi raccolti per ripagare prestiti bancari o per il capitale circolante.

