Siamo consapevoli di trovarci nel mezzo del più grande ciclo di investimenti verificatosi a partire dalla seconda Guerra Mondiale, ma il quesito inevitabile da porsi riguarda chi ne trarrà i maggiori frutti? Yves Bonzon, Group Chief Investment Officer di Julius
Baer

Fino a questo momento, i dati ci dicono che i guadagni sono andati per lo più a vantaggio del capitale piuttosto che al lavoro (in termini di redditi). Il 2026 ha portato un boom degli utili e le aspettative per il futuro indicano ulteriori incrementi.

Il consensus di mercato indica per l’indice Standard and Poor’s 500 una crescita degli utili vicina al 30% su base annua nel terzo trimestre dell’anno, un ritmo visto di rado fatta eccezione per i periodi successivi alla fine di una recessione economica. La velocità della crescita impone cautela e invita ad essere scettici.

Molti investitori sostengono che il boom sia in grado di autoalimentarsi:

I providers di infrastrutture per l’AI stanno investendo pesantemente e questo flusso di denaro si trasforma in guadagni per le società che stanno beneficiando della domanda collegata all’AI. In questo modo, una quota considerevole della spesa in conto capitale legata all’AI viene riciclata all’interno di un ecosistema relativamente chiuso.

La sostenibilità dell’attuale boom degli utili dipende, in ultima analisi, dagli incrementi di produttività piuttosto che dal ciclo di investimenti circolare. L’aumento della produttività può persistere per anni e generare benefici che interessano l’economia nel suo complesso. La persistenza degli investimenti è invece legata alla disponibilità e al costo del capitale. E’ incoraggiante notare come gli effetti di un’espansione diffusa non si limitino agli utili aziendali.

Gli effetti si notano anche sul mercato del lavoro statunitense.

Il trend positivo del tasso di occupazione Usa, confermato dal US Bureau of Labor Statistic di agosto dedicato agli occupati dei settori non agricoli, indica un ampliamento dell’espansione. In questo scenario, solo due settori presentano un andamento negativo dell’occupazione: information services e financial services con un calo del 3,9%.

Questo dato sembra dimostrare che i progressi tecnologici strutturali hanno ridotto il fabbisogno di manodopera nei settori in cui la crescita della produttività ha subito un’accelerazione (un trend similare a quello seguito dall’agricoltura nel diciannovesimo e ventesimo secolo in seguito alla meccanizzazione e all’utilizzo di nuovi fertilizzanti). Si tratta di segnali chiari di una riallocazione in corso dell’occupazione guidata dalla produttività