Ancorare lo yen al dollaro statunitense potrebbe contribuire a stabilizzare la divisa nipponica, l’economia del Paese – e perfino il sistema finanziario globale. Gunther Schnabl, Direttore del Flossbach von Storch Research Institute

Giappone e USA intervengono contro la debolezza dello yen
La svalutazione dello yen ai minimi storici rispetto al dollaro, dai 75,35 del 2011 ai quasi 164 di luglio 2026, divide il Giappone. Se da un lato favorisce le esportazioni, dall’altro pesa su cittadini ed economia — già fragili dagli anni ’90 — alimentando l’inflazione sui beni importati e la flessione dei salari reali. Per contenere il malcontento popolare della Prima Ministra Sanae Takaichi ed evitare che Tokyo svenda Treasury americani per sostenere la propria valuta, Giappone e Stati Uniti sono intervenuti insieme sul mercato dei cambi. Gli USA intervengono di rado sui mercati dei cambi. La notizia proveniente da Washington ha pertanto attirato notevole attenzione sui mercati finanziari internazionali. Lo yen ha registrato un forte apprezzamento. Ben presto, tuttavia, ha ripreso la sua parabola discendente. Sembra che nulla riesca ad arrestare la sua spinta verso il basso.
La Bank of Japan è in un vicolo cieco e lo yen si deprezza
La politica monetaria ultra-espansiva della Bank of Japan, avviata con l’ulteriore piano di spesa a debito del Primo Ministro Shinzo Abe nel 2013, si è tradotta in un continuo deprezzamento dello yen. Attraverso massicci acquisti di titoli di Stato volti a contenere gli interessi sul debito pubblico, l’attivo di bilancio della banca centrale giapponese è cresciuto in proporzione al PIL molto più di quello della Federal Reserve, provocando una prima svalutazione della valuta durata fino a fine 2015.
Dopo il 2014, la contrazione degli investimenti in Cina ha ridotto i carry trade sostenendo lo yen, ma dal 2022 la valuta giapponese soffre una forte pressione ribassista a causa del netto divario tra i rialzi dei tassi di Fed e BCE e la politica accomodante della Bank of Japan. L’istituto centrale ha tuttavia uno spazio di manovra ridotto: un rialzo dei tassi o la riduzione del bilancio aumenterebbero l’onere del debito pubblico ed esporrebbero il sistema finanziario a perdite sugli asset esteri, con il rischio di innescare una nuova crisi.
Sebbene in passato la flessibilità del cambio avrebbe evitato speculazioni e crisi, oggi per il Giappone non è più una strada percorribile. L’enorme debito pubblico, l’elevata esposizione in attività estere in valuta e un tessuto imprenditoriale assuefatto ai tassi bassi impediscono alla Banca del Giappone di rialzare i tassi per difendere lo yen, complice anche il declino demografico che indebolisce la tenuta economica del Paese.
Sarebbe pertanto preferibile ancorare saldamente lo yen al dollaro statunitense. Ciò eliminerebbe il rischio di bruschi apprezzamenti o deprezzamenti della valuta e le conseguenti turbolenze sui mercati finanziari internazionali.
Il contestuale rialzo dei tassi d’interesse verso i livelli statunitensi costringerebbe il Giappone a tagliare la spesa pubblica e imporrebbe alle imprese di diventare più efficienti – entrambi requisiti fondamentali per la ripresa economica del Paese. Il recente intervento congiunto con gli USA, in occasione del quale il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha invocato un ulteriore aumento dei tassi in Giappone, può essere letto come un primo passo in questa direzione. Se il Giappone ancorasse saldamente lo yen al dollaro, gli USA si assicurerebbero un importante detentore di Treasury americani. Ciò contribuirebbe, a sua volta, a stabilizzare il sistema finanziario internazionale.

