Intervista a Di Antonio De Negri, Founder e CEO di Cirdan Capital

La storia ci insegna che il prezzo dell’oro è ben correlato con l’aumento dell’inflazione. Tuttavia, fino a questo momento il metallo giallo non sembra aver tratto grande vantaggio dalla risalita dell’inflazione. L’oro sarà ancora in grado di tutelare il portafoglio dall’inflazione?
Antonio De Negri

Riteniamo che la tendenza alla stabilità dei tassi d’inflazione stia finendo.

L’obiettivo politico dichiarato dalla Fed nel 2020 è stato un evento significativo. Jerome Powell è stato inequivocabile: ha chiarito che la Fed lascerà correre l’inflazione prima di attuare aumenti dei tassi di interesse che potrebbero danneggiare le prospettive di occupazione.

Ma attenzione, l’inflazione USA è salita a 5,4% su base annua a luglio. E secondo il consensus il CPI statunitense non sarà inferiore al 5% per il resto dell’anno: l’inflazione è qui per rimanere.

Molti si chiedono se stiamo vivendo un’impennata transitoria nel livello dei prezzi o è in programma un aumento strutturale a lungo termine.
I salari saranno un indicatore in grado di fare chiarezza su cosa aspettarci.

La Fed lascerà correre l’inflazione finché l’occupazione non raggiungerà i livelli pre-pandemici. E se i salari verranno aumentati nel frattempo in modo da togliere i sussidi, tornare indietro non sarà semplice.

In passato la liberalizzazione del commercio ha permesso alle aziende manifatturiere di spostare produzione in aree geografiche a basso salario, moderando l’inflazione dei prezzi al consumo e i tassi di interesse. Questo ora ha meno spazio di sfogo: la Cina si è trasformata in una nazione a medio reddito e dal 2000 il rapporto salariale USA-Cina si è molto appiattito.

In questo contesto, riteniamo che l’oro sia da considerarsi più come un necessario de-correlatore di portafoglio, adatto a performare nelle situazioni di de-risking o di tensione geopolitica, che non uno strumento specifico per gestire situazioni ad alto contesto inflattivo.

Gli inflation linked bond hanno tratto beneficio da un contesto caratterizzato da tassi bassi e inflazione al rialzo. Alle attuali quotazioni credete che possano ancora offrire una tutela dall’aumento dei prezzi di beni e servizi?

Noi guardiamo soprattutto i “breakevens statunitensi” (la differenza tra il rendimento nominale e il rendimento reale dei Treasury Inflation Protected TIPS) che sono stati in un periodo di crescita da un minimo dello 0,6% nel marzo 2020 al 2,6% nel maggio 2021. I breakeven in estate si sono ritirati dai recenti massimi, offrendo un punto di ingresso attraente per gli investitori che si sono persi il rally post-pandemico.

Molti hanno investito usando gli ETF sull’inflazione o sui breakevens, domiciliati in Europa, che hanno visto una crescita di oltre 6 miliardi di dollari quest’anno, rappresentando oltre il 20% dei flussi netti negli ETF a reddito in Europa.

Strumenti come gli inflation linked bond nel 2021 hanno fatto una super performance sulle attese di inflazione, difficilmente ripetibile: ma sono ancora molto attrattivi perché hanno un carry più interessante dei titoli tradizionali soprattutto in un contesto inflattivo perdurante.