I risultati di lungo termine mostrano una relazione debole tra il prezzo dell’oncia e l’inflazione. Molto meglio utilizzarlo per diversificare. Giuseppe Zaffiro Puopolo, portfolio manager di Moneyfarm
La Storia ci insegna che il prezzo dell’oro è ben correlato con l’aumento dell’inflazione. Tuttavia, fino a questo momento il metallo giallo non sembra aver tratto grande vantaggio dalla risalita dell’inflazione. L’oro sarà ancora in grado di tutelare il portafoglio dall’inflazione?
La capacità dell’oro di offrire protezione da aumenti del tasso di inflazione è un tema dibattuto da accademici e practitioners, in quanto le evidenze variano in maniera sostanziale in relazione ai diversi Paesi e ai diversi contesti storici.
Claude B. Erb e Campbell R. Harvey, ad esempio, nel loro paper “The Golden Dilemma” osservano in quali contesti macroeconomici il metallo prezioso tende a mostrare le performance più esaltanti. I risultati mostrano una relazione statisticamente debole tra il prezzo dell’oro e gli aumenti del tasso di inflazione, mentre pare esserci una relazione più forte tra il prezzo dell’oro e i bassi tassi di interesse reali. In particolare, quando i tassi di interesse reali scendono, l’oro storicamente tende ad apprezzarsi.
Indipendentemente da ciò che i dati e la Storia suggeriscono, va ricordato con riferimento al recente passato che l’oro è stata una delle asset class (insieme ai long term bond) in grado di diversificare i portafogli nella fase di drawdown del marzo 2020. Al contrario, nell’ultimo anno, caratterizzato da aspettative di inflazione e tassi nominali crescenti, l’oro ha mostrato una performance lievemente negativa evidenziando una certa correlazione con i tassi di interesse, come suggerito da Erb e Harvey.
Dal nostro punto di vista, l’oro continua ad essere un buon diversificatore di portafoglio; riteniamo inoltre sia illusorio pensare che il metallo prezioso performi positivamente in tutte le fasi di mercato e riduttivo considerarlo solo un hedge verso l’inflazione.

Gli inflation linked bond hanno tratto beneficio da un contesto caratterizzato da tassi bassi e inflazione al rialzo. Alle attuali quotazioni credete che possano ancora offrire una tutela dall’aumento dei prezzi di beni e servizi?
Gli inflation linked bond hanno riscosso molto interesse tra gli investitori nel contesto macro che ci ha accompagnato nell’ultimo anno. In seguito alla parziale riapertura delle economie e al rimbalzo dei principali indicatori economici, le aspettative di inflazione sono cresciute nelle economie sviluppate e di conseguenza gli inflation linked bond ne hanno beneficiato.
Dal nostro punto di vista, gli inflation linked bond rappresentano uno degli strumenti più adatti, in un contesto di portafoglio globale multi-asset, a coprirsi da aspettative crescenti di inflazione. Le valutazioni elevate sia dell’azionario che dell’obbligazionario dipendono, a nostro avviso, dalla politica monetaria espansiva delle banche centrali che potrebbe essere messa in discussione da eventuali sorprese inflazionistiche.
Per questo motivo riteniamo sia importante, in questa fase, detenere una quota di “inflation hedges” in portafoglio e gli inflation linked bonds rispondono bene a questa esigenza. Siamo altresì consapevoli che le aspettative di inflazione sono molto più alte rispetto a metà 2020 e che i bond indicizzati hanno già svolto il loro ruolo durante questo anno. Tuttavia, le pressioni che osserviamo dal lato dei salari e i colli di bottiglia alle supply chains globali non consentono a nostro avviso di escludere categoricamente un’inflazione più persistente del previsto e preferiamo perciò mantenere la nostra esposizione ai bond indicizzati.

