Intervista a Giovanni Buffa, Senior Fund Manager di AcomeA SGR

Abbiamo assistito a numerosi episodi in cui la politica è intervenuta creando scompiglio e ribassi improvvisi sulle azioni cinesi. Credete che questo possa far vacillare la fiducia degli investitori esteri, preoccupati che questi non siano episodi isolati?
Giovanni Buffa

L’ondata di nuove regolamentazioni non è di certo una novità in Cina. Si era già verificata nel recente passato, basti pensare a quanto successo nel fintech o allo shadow banking, giusto per citare due casi.

Quello che colpisce di questa nuova stretta è, però, l’ampiezza, la portata e il tempo relativamente breve di introduzione delle nuove normative: in pochissimo tempo, infatti, hanno subito una regolamentazione più stringente i settori dell’entertainment, del gaming, della sharing economy, dell’e-commerce, del cloud computing, del ride hailing, dell’immobiliare, delle crypto currency e, naturalmente, dell’educazione, con un interno settore (quello del tutoring scolastico) sostanzialmente dichiarato non-profit.

Le decisioni del governo cinese sono risultate in perdite del valore di Borsa delle aziende quotate di svariate centinaia di miliardi di dollari. Ma ciò non ha intaccato la risolutezza del governo, anche alla luce del fatto che le perdite sono state inflitte principalmente a investitori esteri e non domestici.

Il piano di Pechino e del suo presidente Xi Jinping è duplice: da un lato, regolamentare settori che nel corso degli anni erano cresciuti a dismisura, mettendo potenzialmente a repentaglio il controllo esercitato dal partito comunista sul Paese e che erano sfociati in comportamenti anti-competitivi con evidenti danni al processo di innovazione; dall’altro, quello di controllare sempre di più cosa i cittadini cinesi possono o non possono fare o vedere, con una presenza dello Stato sempre più marcata nella loro vita quotidiana e in generale in quella economica.

Non riteniamo quindi che questi episodi siano isolati, ma che rientrino nel grande schema del partito comunista della “prosperità comune” e ci aspettiamo ulteriori regolamentazioni in futuro.

Alla luce degli ultimi accadimenti, quali sono le vostre scelte di asset allocation sul mercato azionario cinese e quali prospettive delineate nel medio termine?

Il mercato cinese è stato tra i peggiori dell’aerea asiatica da inizio anno. La Cina era sottopesata nei nostri portafogli equity, scelta contrarian che ha pagato, soprattutto se si considera che non tutto il mercato è sceso indiscriminatamente. Ma alcuni settori come lo shipping e, in generale, i basic materials hanno avuto rendimenti molto positivi.

Attualmente sui fondi azionari siamo neutrali sul Paese, avendo acquistato titoli durante la fase di correzione, in particolare nel settore tecnologico che ormai tratta a valutazioni molto più attraenti rispetto a qualche mese fa, anche in considerazione del fatto che gli utili continuano a crescere.

Non riteniamo che il governo cinese abbia dichiarato guerra al settore privato, visto che lo stesso rappresenta la fonte primaria di creazione di nuovi posti di lavoro; tuttavia, l’incertezza sulle nuove regolamentazioni e la subordinazione dei profitti aziendali al bene comune stabilito dal partito comunista avranno ripercussioni sui multipli di Borsa, con un premio per il rischio che dovrà necessariamente essere più alto rispetto al passato.