Non ci sono catalizzatori in grado di indebolire il dollaro e la sterlina continua ad essere la più vulnerabile. L’analisi del team di Pictet

Gli investitori nel reddito fisso sono in allarme a causa dell’inflazione che nel, lungo termine, potrebbe far risalire i tassi di interesse e rendere nuovamente interessanti i rendimenti obbligazionari. Per il momento, comunque, minaccia solo di rosicchiare il valore reale dei rendimenti, già ridotti all’osso.

A livello globale, prevediamo che l’inflazione rimarrà superiore alla tendenza e al consenso per quest’anno e per il prossimo, principalmente a causa della forte domanda derivante dal robusto aumento dei posti di lavoro e dall’accelerazione della crescita dei salari. Vista la carenza di manodopera e le scorte a un livello minimo record, sarà importante valutare anche i colli di bottiglia nelle catene d’approvvigionamento.

La chiave, pertanto, è trovare aree del mercato obbligazionario che siano protette al meglio dalla pressione inflazionistica. Crediamo che tale rifugio sia rappresentato dal debito sovrano cinese. I prezzi al consumo cinesi sono aumentati su base annua solo dello 0,8% ad agosto: meno del consenso e ben al di sotto dell’obiettivo ufficiale del 3%.

Oltre ad avere uno dei tassi di inflazione più bassi al mondo e godere della prospettiva di una politica monetaria più accomodante, la Cina offre attualmente dei rendimenti obbligazionari tra i più elevati al mondo, prossimi al 2,9%.

Prevediamo inoltre ulteriori azioni di stimolo, tra cui iniezioni di liquidità e tagli al tasso di riserva obbligatoria (RRR). Negli Stati Uniti, nel frattempo, gli acquisti di obbligazioni dovrebbero venire presto ridotti e i tassi potrebbero iniziare a salire entro la fine del prossimo anno.

Nonostante il recente movimento dei prezzi in previsione di una stretta monetaria, i rendimenti di riferimento sui Treasury USA restano negativi in termini reali e di circa 30 punti base inferiori a quello che noi stimiamo essere il loro fair value.

Le obbligazioni high yield statunitensi dovrebbero rivelarsi particolarmente vulnerabili a una stretta monetaria negli USA. Tanto per iniziare, le valutazioni sono elevate: tra le attività del reddito fisso, questa classe è di gran lunga la più costosa del nostro modello. Il suo spread di rendimento rispetto ai Treasury è appena superiore a 300 punti base: il livello più basso dal 2007. Inoltre, le prospettive per gli utili delle aziende statunitensi sono in costante peggioramento: le revisioni al ribasso delle previsioni degli analisti e i “profit warning” stanno già aumentando.

Il nostro atteggiamento verso gli high yield statunitensi è, pertanto, negativo. Siamo meno pessimisti sul debito high yield in Europa, dove la crescita economica appare più resiliente e gli indicatori anticipatori sono ancora in rialzo. Le restrizioni alla mobilità si vanno allentando, i tassi di vaccinazione sono elevati e la politica fiscale è ancora di sostegno.

Nell’arena valutaria, non vediamo un evidente catalizzatore che possa invertire l’attuale forza del dollaro USA, ma qualsiasi potenziale guadagno ulteriore sarà limitato dalla sua valutazione elevata. La sterlina sembra essere la valuta più vulnerabile tra quelle principali, poiché la dinamica di crescita del Regno Unito ha subito una brusca inversione negativa. La crescita si è quasi arrestata in tutti i settori ed è probabile che sarà ulteriormente colpita dall’aumento dell’inflazione e dalla carenza di petrolio. La Banca d’Inghilterra potrebbe avere difficoltà ad aumentare i tassi all’inizio del 2022, come già incluso nei prezzi attuali.