Il numero dei giovani consumatori cinesi supporta le prospettive rosee di molti brand domestici ed europei. Giacomo Calef, country manager, NS Partners

Abbiamo assistito a numerosi episodi in cui la politica è intervenuta creando scompiglio e ribassi improvvisi sulle azioni cinesi. Credete che questo possa far vacillare la fiducia degli investitori esteri, preoccupati che questi non siano episodi isolati?
Giacomo Calef

I recenti interventi normativi hanno avuto un impatto determinante sul sentiment dei mercati ed hanno reso la Cina un’area più complessa dove investire. In ogni caso, crediamo che per gli investitori esteri le opportunità permangano, poiché nonostante le misure regolatorie abbiano delle conseguenze drastiche in alcuni settori (si pensi a quello dell’istruzione privata, dove molte aziende verranno trasformate in enti no profit e non potranno più reperire risorse finanziarie sul mercato dei capitali), i fondamentali dell’economia rimangono solidi.

La Cina registrerà ancora un tasso di incremento del PIL sopra la media globale che, per il 2021, dovrebbe attestarsi attorno all’8%, e il governo ha deliberato un pacchetto di risorse per il terzo figlio come incentivo per la crescita demografica. Oggi la popolazione cinese conta circa 1,4 miliardi di abitanti, ovvero un numero di consumatori che non può essere trascurato, con una parte significativa di giovani nativi digitali che stanno sviluppando la middle class del futuro. Infatti, molti dei big player europei oggi generano una fetta consistente del proprio fatturato nell’area cinese, probabilmente destinata a rimanere tale anche nei prossimi anni. Circa il 40% dei ricavi di LVMH, ad esempio, viene generato in Asia (soprattutto Cina) e, stando alle ultime trimestrali, il leader mondiale del lusso non sembra essere preoccupato dell’obiettivo di “common prosperity” del Governo cinese.

Alla luce degli ultimi accadimenti, quali sono le vostre scelte di asset allocation sul mercato azionario cinese e quali prospettive delineate nel medio termine?

Secondo noi l’investimento nell’azionario cinese deve essere diversificato su strategie Long/Short di gestori locali fortemente specializzati, poiché sono gli unici che possono navigare in questo contesto. Per poter ottenere un risultato ottimale, in particolare, si ritiene opportuno avere un focus sui settori della new economy, ovvero tech, healthcare e consumi discrezionali, mantenendo un’esposizione netta verso l’equity tra il 40 ed il 50%.

I mercati cinesi non sono ancora maturi come quelli occidentali e presentano degli alti livelli di dispersione, perciò il gestore può ottenere buoni profitti anche con le posizioni short. Inoltre, crediamo che per il Governo cinese permanga il problema della gestione degli elevati livelli di debito. Si pensi che solo nel 2020, le SOE (State-Owned- Enterprise) erano state inadempienti per 71,8 miliardi di yuan (11,1 miliardi di dollari) di debito, pari al 51% di tutte le insolvenze e, dunque, si raccomanda di limitare gli investimenti nei settori dell’old economy cinese (manifattura, materie prime, energy), a cui appartengono prevalentemente le indebitate aziende statali.

Nel medio termine, crediamo che le prospettive siano complessivamente positive. Da un lato, la Cina contribuisce per quasi un terzo della crescita economica globale e, dall’altro, il piano Made in China 2025 mira a rendere il colosso asiatico autosufficiente dal punto di vista tecnologico.