Negli ultimi mesi, si è assistito a un mutamento del quadro dei mercati emergenti, che, da essere reflazionistico e favorevole, è diventato abbastanza preoccupante. Uday Patnaik, head of emerging markets debt di LGIM

Le ragioni sono l’indebolimento delle dinamiche di crescita, dovuto da una contrazione degli effetti di base e dall’impatto della variante delta. Quest’ultima ha colpito principalmente i mercati emergenti asiatici, che sono da sempre la locomotiva della crescita di tutto il comparto.
Le ragioni del rallentamento cinese
Ulteriori motivi di preoccupazione sono arrivati dalla Cina. Non solo le misure estremamente severe contro i nuovi casi di Covid-19 hanno portato a lockdown localizzati, ma ha preso piede anche una repressione normativa che ha coinvolto molti settori, tra cui quello immobiliare, che ha sempre avuto un ruolo centrale nella crescita del Dragone,
nel benessere delle famiglie, nel generare crediti e nel creare entrate per il governo centrale. Se a questo si aggiunge anche una serie di blackout, si può comprendere perché il consensus sulla crescita della Cina sia diminuito, posizionandosi tra il negativo e lo zero nel corso del terzo trimestre. Gli economisti di LGIM hanno ridotto le stime di crescita da +8% a +7,7% nel 2021 e da +4,5% a +4,1% nel 2022.
L’area asiatica risentirà della frenata cinese
Tutto questo avrà delle conseguenze negative di breve periodo nel settore degli EM. La Cina è il mercato emergente più grande al mondo, che negli ultimi anni è arrivato a rappresentare circa il 30% della crescita globale; è l’importatore principale per molte economie asiatiche, tra cui la Corea del Sud, il Giappone, Taiwan, Singapore e
Malesia; è anche un grande consumatore di commodity – driver di crescita fondamentale per molti Paesi del Medio Oriente, dell’Africa e dell’America Latina – e, con l’iniziativa “One Belt One Road”, finanzia infrastrutture in molti altri mercati emergenti. Un altro fattore preoccupante è che la Cina non è l’unico mercato emergente in cui la crescita è rallentata. Nel suo ultimo update sull’Asia Orientale e Pacifica, la Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le stime del 2021 per l’intera regione a causa della debolezza cinese, passate dal +4,4% di aprile al +2,2% odierno (lo studio non include la Cina).
Il peso dell’Asia nell’universo Em
Da notare che i mercati emergenti asiatici rappresentano il 55%-60% del Pil di tutto il comparto EM e il 25%- 30% dell’economia globale. Al di fuori dell’Asia, le prospettive di crescita degli EM si sono comunque ridotte a causa dell’inflazione crescente, dovuta a shock sul lato dell’offerta, della crescita della domanda interna e dei maggiori costi dell’energia. Tutto questo ha portato le banche centrali di molti di questi mercati ad alzare i tassi d’interesse. Come si evince dal grafico sottostante, 11 dei maggiori mercati emergenti hanno incrementato i tassi; un numero destinato a salire nel prossimo trimestre.
Oltre alle scelte politiche molto discutibili e all’inflazione crescente, i rischi sui mercati emergenti derivano anche dai prezzi delle commodity, che potrebbero risentire delle prospettive di crescita ridotte, e da un dollaro più forte, supportato dai tassi d’interesse statunitensi più alti. Se a tutto questo aggiungiamo le preoccupazioni circa il tapering della Fed, si capisce come queste problematiche abbiano causato, nelle ultime 3 settimane, una fuga degli investitori dal settore del credito dei mercati emergenti.
La price action è stata ulteriormente esacerbata dalla vendita degli ETF, una via sempre più diffusa tra gli agenti del mercato per esprimere le loro previsioni a ribasso, preferita alla vendita di obbligazioni, che potrebbero essere più difficili da riacquistare in un secondo momento.
L’impatto dei fattori negativi sarà transitorio
Nonostante quanto detto sopra, riteniamo che l’impatto di tutti questi fattori sia transitorio. Infatti, non solo riteniamo che a breve ci sarà un allentamento delle politiche cinesi in favore della crescita, ma un rimbalzo robusto sarà sostenuto anche dall’aumento delle vaccinazioni – la maggior parte delle economie asiatiche dovrebbe raggiungere il 75% dei vaccinati entro la fine del 2021. In secondo luogo, gli EM hanno già dovuto attraversare molte ondate di Covid-19, pertanto è ragionevole aspettarsi che non verranno applicate misure tanto severe quanto quelle prese all’inizio della pandemia.
Inoltre, l’impegno di molteplici donatori verso i mercati emergenti è ancora alto: da quando è iniziata la pandemia, il Fondo Monetario Internazionale ha elargito 117 miliardi di dollari a 87 economie emergenti e altri 250 miliardi sono arrivati nei mercati emergenti, come parte dei fondi allocati nello Special Drawing Rights del Fmi, che ha stanziato 650 miliardi complessivi. Questo ha rafforzato le riserve di valute straniere e dato accesso a una nuova fonte di finanziamento.
Infine, sebbene il divario interno agli EM sia cresciuto, l’iniziativa del G20 per la Sospensione del Debito (DSSI) ha posticipato il pagamento di debiti dall’estero per oltre 40 dei mercati emergenti più deboli, da maggio 2020 a dicembre 2021. A questo si aggiunge il prezzo più elevato delle commodity, che ha aiutato a ridurre la necessità di finanziamenti esterni. Allo stesso tempo, i mercati dei capitali sono rimasti accessibili agli emittenti dei mercati emergenti, con i titoli sovrani che hanno accumulato, ad oggi, circa 150 miliardi di dollari e i corporate 438 miliardi. Pertanto, noi di LGIM manteniamo posizioni favorevoli verso i mercati emergenti.
In quanto gestori attivi, abbiamo risposto velocemente al cambiamento del sentiment sul rischio, dato che abbiamo ridotto in anticipo la nostra esposizione al real estate cinese, abbiamo gestito con successo la nostra posizione verso Huarong1 e abbiamo sfruttato i crescenti prezzi delle commodity per aggiungere al nostro portafoglio realtà dai fondamentali solidi. Le nostre solide posizioni di liquidità, costruite in previsione di un sentiment più debole, ci consentiranno di sfruttare ulteriormente le numerose opportunità create dal recente selloff. Naturalmente, continuiamo a essere cauti nell’impiegare la nostra liquidità, ricorrendo sempre a un’analisi approfondita dei fondamentali nazionali e aziendali.

