Nel numero scorso del nostro magazine avevamo visto che le società di distribuzione di prodotti finanziari, che hanno spesso il problema di inserire advisor giovani in un mestiere che è prevalentemente appannaggio di consulenti maturi, fanno di tutto per facilitare l’inserimento dei cosiddetti “figli d’arte”.
Si tratta di figli di consulenti che hanno ormai molti anni di lavoro alle spalle, quasi sempre ottimi portafogli clienti e una valida esperienza da trasmettere. In pratica un comportamento non molto diverso da quello di un imprenditore o di un professionista che lascia alla seconda generazione un’attività ben avviata, dopo una collaborazione di anni.
Lavorare con visioni profondamente diverse, come sovente succede tra padre e figlio, se da una parte costituisce un indubbio arricchimento, dall’altra comporta talora sforzi reciproci di adattamento non da poco.
Solitamente, ma ovviamente non sempre, la nuova generazione ha una preparazione tecnica e accademica migliore, rispetto ai padri: una laurea in materie economiche e magari una prima esperienza di lavoro di buon livello altrove, rispetto alla società mandataria, sono praticamente la regola. Ciò a dimostrazione del fatto che, quando alla fine viene compiuto il passo di lavorare con il genitore, si tratta di una scelta meditata, fatta con la massima convinzione. Quanto ai padri, praticamente tutti affermano che la capacità relazionale che viene trasmessa è un unicum.
Infine un ultimo punto: i giovani hanno sicuramente una maggiore vocazione a parlare con i loro coetanei, a utilizzare i social.

