Essere clienti private e soprattutto wealth di una società di consulenza finanziaria o di una banca è ormai uno status symbol di grande valore: significa non solamente disporre di grandi patrimoni, ma anche essere coccolati da consulenti finanziari, esperti e professionisti che collaborano con la struttura che gestisce il patrimonio.
Ne abbiamo parlato con Marco Bernardi, vicedirettore generale di Banca Generali.
Come si diventa clienti private della vostra società? È solo un problema di soglia economica di ingresso o ci sono altri elementi che possono influire da parte vostra sulla scelta di un rapporto private?
«Negli ultimi anni, il nostro lavoro è andato nella direzione di democratizzare il private banking portando a disposizione delle famiglie servizi che tradizionalmente erano riservati esclusivamente ai grandi patrimoni. In questo senso, oggi la condizione primaria per diventare nostro cliente non è tanto legata a una determinata soglia di ingresso, che il private banking pone storicamente a 500 mila euro di liquidità, bensì alla necessità da parte di un risparmiatore di servizi di consulenza patrimoniale a 360 gradi».
Quali sono i vantaggi in termini di prodotti e servizi a essere un cliente private?
«A nostro avviso il vantaggio di essere un cliente private è almeno duplice. Innanzitutto c’è il fatto di avere accesso a una gamma di prodotti e servizi di elevata qualità, non standardizzati, ma customizzabili sulla base delle singole esigenze che variano da cliente a cliente. Il secondo vantaggio è più propriamente riferito al vero punto di forza del nostro modello di servizio: il private banker. Essere cliente private implica come condizione fondamentale di avere un rapporto di estrema fiducia con il professionista, che è in grado di individuare e declinare a livello patrimoniale le reali esigenze di ogni persona».
Che cosa deve avere un cliente per ottenere un servizio di wealth management? Si può usufruirne solo disponendo di cifre importanti? Ed eventualmente a partire da quale somma?
«Per quanto riguarda i servizi di wealth management, il nostro approccio è stato il medesimo di quello che abbiamo avuto col private banking, cioè ampliare il più possibile la sfera di interlocutori tra famiglie e risparmiatori. Per farlo, abbiamo dato vita a un vero e proprio hub di digital wealth management in grado di accogliere al proprio interno modelli d’offerta complementari col nostro. In questo modo, abbiamo consentito ai nostri professionisti di rispondere alle diverse e mutevoli esigenze della clientela in termini di wealth management, andando di pari passo con i nuovi servizi. Penso, ad esempio, a quelli legati al proptech, ma anche a tutto l’ambito della consulenza d’impresa. Oggi, infatti, viviamo in un mondo sempre più complesso e non è più possibile scindere le varie sfere patrimoniali, che vanno invece considerate in maniera olistica».
Anche nel caso del wealth management, quali sono i vantaggi concreti in termini di servizi e prodotti?
«Il vantaggio vero per i cliente è avere un unico interlocutore con cui discutere e affrontare tutte le sfide patrimoniali, non solo quelle finanziarie. In questo senso, il private banker si trasforma in un vero e proprio gestore della relazione: è il pivot che gestisce per il cliente il rapporto con i diversi professionisti in diversi ambiti. Ciò si traduce in evidenti vantaggi, come l’accesso immediato a servizi che rispondono in tempo reale anche ai nuovi bisogni che nascono con l’evoluzione della società e della tecnologia. Penso, ad esempio, al bisogno di protezione negli investimenti, ma anche a tutti gli aspetti legati alla pianificazione successoria, alla fiscalità, alla gestione del patrimonio immobiliare o al supporto all’impresa».

