Weekly outlook di Allianz Global Investors a cura di Greg Meier, Director, Senior Economist, Global Economics and Strategy
A seguito della pandemia di Covid-19 le autorità monetarie hanno dovuto affrontare sfide completamente nuove. La ripresa della domanda al consumo si è scontrata con le carenze sul fronte dell’offerta, causando impennate di inflazione un po’ ovunque, da Londra a Berlino, da Tokyo a Washington DC. Prese alla sprovvista, le banche centrali sono state costrette a interrompere bruscamente le misure di stimolo economico per contrastare una potente spirale dei prezzi.
Gli interventi sul fronte monetario hanno funzionato: nell’anno passato i prezzi si sono attenuati sensibilmente nella maggior parte dei Paesi sviluppati. Tuttavia l’inflazione resta oltre il 2%, il livello solitamente associato alla stabilità dei prezzi.
Nel 2024 le banche centrali potranno dire di aver portato a termine la missione? Negli Stati Uniti, la disinflazione dovrebbe proseguire per effetto di due importanti fattori.
Il primo è il ribilanciamento del mercato del lavoro. Gli ultimi dati indicano un netto calo della domanda in eccesso di manodopera negli USA. Si osserva, ad esempio, un forte trend ribassista del tasso di dimissioni, segno che sono diminuiti i lavoratori che lasciano volontariamente il proprio posto.
Analogamente, il rapporto fra posti di lavoro aperti e numero di disoccupati, uno dei parametri preferiti del Presidente della Federal Reserve statunitense (Fed) Jerome Powell, è sceso dal 2,0 del 2022 all’1,3 di oggi. Via via che il ventaglio di opportunità a disposizione di chi cerca lavoro si riduce, l’inflazione dei salari negli USA diminuisce. Tale fenomeno dovrebbe proseguire anche nel 2024 in ragione degli effetti ritardati dei rialzi della Fed.
Il secondo fattore è la disinflazione nel segmento residenziale. Quella delle abitazioni è la componente più ampia dell’indice dei prezzi al consumo (consumer price index, CPI) statunitense, in quanto rappresenta il 34% dell’indice complessivo e il 42% di quello core. Oggi il superamento del target di inflazione del 2% fissato dalla Fed è ascrivibile interamente al comparto residenziale. Infatti, eliminando questa componente, il CPI complessivo evidenzia un rialzo dell’1,4% a/a e il CPI core un rialzo di appena il 2,1%.
In che direzione va il settore residenziale? Partiamo da quanto successo durante l’epidemia di Covid: in due anni i prezzi nazionali in media negli USA sono aumentati del 40%, una crescita più rapida di quella registrata in occasione della bolla dei mutui subprime.
Su base annua, i prezzi hanno evidenziato un incremento massimo del +21% ad aprile 2022, per poi virare verso la deflazione nei primi mesi di quest’anno. Tuttavia, per effetto delle modalità di rilevazione della componente residenziale in seno al CPI, gli incrementi dell’era Covid si ripercuotono sui parametri di inflazione del governo con circa un anno di ritardo. Quindi la rapida decelerazione dei prezzi delle abitazioni USA tra il 2022 e il 2023 dovrebbe determinare una diminuzione dell’inflazione misurata dal CPI nel 2024.
In definitiva, la continua decelerazione di salari e prezzi delle case dovrebbe proseguire. Di conseguenza, se la Fed non farà nulla, la politica monetaria statunitense si inasprirà meccanicamente man mano che i tassi di interesse reali aumentano. E poiché gli effetti della pandemia stanno chiaramente svanendo, le autorità potrebbero decidere che un’ulteriore stretta non sia opportuna. Di conseguenza, se l’inflazione continuerà a diminuire, la Fed potrebbe iniziare a tagliare i tassi nel 2024.
Questa settimana
Incredibile ma vero, il 2023 è ormai agli sgoccioli. Ma pur essendo già proiettati al 2024, non possiamo fare a meno di dare un’occhiata agli ultimi dati del 2023. Dal momento che alcuni investitori potrebbero essere già in vacanza, l’esiguità degli scambi potrebbe scatenare un temporaneo aumento della volatilità.
La settimana si aprirà lunedì con gli indici Ifo di dicembre relativi al sentiment e alle attese delle imprese della Germania. Ultimamente i dati sulle attese in particolare hanno evidenziato un rialzo alla luce della continua decelerazione dell’inflazione tedesca.
Martedì l’attenzione si sposterà su Tokyo, dove la Banca del Giappone (BoJ) annuncerà le sue decisioni in materia di politica monetaria. Benché non si preveda alcun rialzo dei tassi da parte della BoJ nel corso del mese, secondo Reuters oltre l’80% degli economisti ritiene che la banca centrale abbandonerà il regime dei tassi negativi entro la metà del 2024. I dati sull’inflazione di novembre in Giappone saranno resi noti giovedì.
Gli investitori orientati agli USA riceveranno i nuovi dati sul segmento residenziale a piccole dosi lungo l’intera settimana: lunedì la fiducia dei costruttori di case, martedì i permessi di costruzione, mercoledì le vendite di case esistenti e venerdì le vendite di case nuove.
Sempre venerdì, il Dipartimento del Commercio USA pubblicherà le statistiche di novembre su reddito, spesa e risparmi personali, e sull’inflazione. Le stime preliminari indicano un’inflazione core PCE attorno allo 0,16% m/m, un livello che, annualizzato, si colloca nei pressi del target del 2% della Fed.

