I componenti dell’inflazione sottostante ci mostrano un quadro misto. La Federal Reserve statunitense ha ragione a essere paziente. Dws
Lo scorso dicembre, molti investitori avevano previsto sei o sette tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve (Fed) statunitense per il 2024. Oggi in molti si sono ricreduti, ed è difficile immaginare come la Fed riesca a portare avanti tutti questi tagli entro il 2024.
Analizziamo due componenti dell’inflazione di fondo, che escludono i prezzi volatili dell’energia e degli alimenti. Le preoccupazioni sulla persistenza dell’inflazione derivano in gran parte dalle letture dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) degli ultimi mesi. Essendo i primi dati sull’inflazione pubblicati ogni mese, il CPI e il CPI core tendono a catturare l’attenzione del mercato. Il CPI principale è stato anche l’indicatore di inflazione preferito dalla Fed fino alla fine degli anni ’90, anche se già allora tendeva a concentrarsi sulle letture core nel breve periodo per avere un’idea più precisa delle dinamiche inflazionistiche sottostanti.
Oggi la maggior parte degli economisti e dei banchieri centrali, compresi quelli della Fed, preferiscono puntare sulla spesa per consumi personali (PCE). Prendiamo in esame le più recenti letture core sia del PCE che del CPI, escludendo i prezzi volatili di energia e alimenti. Poiché le due misure sono costruite in modo diverso, spesso divergono. Per il CPI, le ponderazioni di beni e servizi vengono aggiustate solo relativamente: in seguito alle modifiche più recenti, le ponderazioni si basano sui dati di un singolo anno solare sui modelli di consumo, con un ritardo di 24 mesi.
Al contrario, le ponderazioni per il PCE tendono a riflettere l’effetto sostituzione in tempi relativamente brevi, poiché si basano su ciò che i consumatori effettivamente acquistano. Quando i prezzi relativi cambiano, i consumatori tendono a spostarsi dai beni e negozi più costosi a quelli più economici. Pensate a quanto siano sensibili i vostri acquisti di frutta se, ad esempio, un cattivo raccolto fa aumentare il prezzo relativo delle arance rispetto a quello di tutti gli altri frutti.
Il CPI inoltre è basato su sondaggi e si basa principalmente su ciò che i consumatori delle aree urbane dichiarano di aver speso. L’indice PCE, invece, utilizza la spesa effettiva. Include i consumatori delle aree rurali e cattura più accuratamente costi come l’assistenza sanitaria, per la quale molti consumatori non pagano personalmente e potrebbero anche non conoscere il costo totale.
Tutte queste differenze possono portare a grandi divergenze. Ad esempio, le tariffe aeree hanno spinto al rialzo la lettura del CPI di febbraio, basata sui prezzi di un insieme fisso di rotte aeree, mentre le letture del PCE erano molto più basse. Gli affitti hanno un impatto eccessivo sul CPI, in quanto vengono utilizzati per determinare il costo delle case occupate dai proprietari, oltre che delle proprietà effettivamente affittate. I costi degli alloggi rappresentano circa il 30% del paniere CPI, ma hanno un peso di circa il 15% nel PCE. Di solito, la componente shelter nel CPI (o delle abitazioni nel PCE) segue i vari indici dei prezzi delle case e degli affitti disponibili con uno scarto temporale abbastanza robusto di 12 mesi. Ma quando si parla di impatto economico, è bene tenere in mente che gran parte delle misure riguardano i costi degli alloggi nelle aree urbane, piuttosto che quello che i consumatori – anche quelli rurali – spendono effettivamente per l’alloggio.
Nonostante tutte queste considerazioni, il CPI è comunque molto seguito ed è quindi importante tenerlo in considerazione per ancorare le aspettative di inflazione. Inoltre, rimangono molti interrogativi sulle cause che hanno portato l’inflazione a sfuggire di mano, come ha sottolineato di recente Martin Wolf del Financial Times in un’importante rubrica. “La realtà è che i fallimenti delle previsioni da parte dei mercati e delle banche centrali sono piuttosto comuni, perché nessuno sa davvero cosa ci riserverà il futuro, né tanto meno come i sistemi complessi, come intere economie, possono reagire a shock nel mondo reale”, spiega Christian Scherrmann, economista statunitense di DWS. “Il massimo che possiamo sperare è che, prestando attenzione a tutti i dati in arrivo, si evitino brusche oscillazioni delle valutazioni come quelle che i mercati hanno sperimentato negli ultimi mesi”. La Fed ha ragione a essere paziente.

