Un breve excursus sullo stato dell’inflazione nelle diverse macro aree del mondo a cura di Michaël Lok, Group Cio e Co-Ceo asset management di UBP
Ad aprile i mercati azionari e obbligazionari sono stati indeboliti da un processo disinflazionistico più lungo del previsto e dalle crescenti tensioni in Medio Oriente. La persistente pressione sui prezzi e la tenuta dell’economia statunitense suggeriscono che la Federal Reserve probabilmente manterrà il tasso di interesse principale più alto più a lungo.
Data l’inflazione globale pari al 3%, le nostre ultime previsioni suggeriscono un calo al 2-2,5% soltanto nel primo trimestre del 2025, anziché nei prossimi trimestri come invece ci si attendeva precedentemente. Questa revisione aumenta la probabilità che il ciclo di allentamento inizi nella seconda parte di quest’anno.
Per il 2024 per la crescita globale si prospetta un trend sostenuto del 3,0%. Tuttavia, le disparità tra i Paesi rimangono ampie e i rischi geopolitici sono elevati.
Nel primo trimestre il tasso di crescita degli Stati Uniti si è attestato all’1,6%, segnando un significativo rallentamento rispetto al 3,4% del trimestre precedente. Tuttavia, la domanda interna è rimasta solida, pari al 3,1%, sostenuta dai consumi, che hanno beneficiato dalla ancora elevata creazione di posti di lavoro. Allo stesso tempo, si registrano notevoli investimenti nelle nuove tecnologie e un ritorno della fiducia nel settore manifatturiero. Quest’anno la crescita dovrebbe rimanere vicina al 2,5%, come nel 2023.
Negli altri Paesi sviluppati la crescita è debole, ma diversi indicatori hanno registrato un rialzo e puntano a una ripresa nella seconda metà dell’anno. Ad esempio, il Regno Unito sta uscendo dalla recessione, mentre in Germania è tornata la fiducia nell’industria e nel primo trimestre il prodotto interno lordo (PIL) è tornato in territorio positivo (+0,2%) dopo una precedente contrazione del -0,5%.
In Cina, la crescita sostenuta del primo trimestre (5,3% a/a) è stata resa possibile dalle misure adottate alla fine dello scorso anno e dal rimbalzo della domanda per il Capodanno Cinese. Tuttavia, nell’ultimo mese l’attività è rimasta debole e il Politburo ha deciso di predisporre nuovi sostegni a favore dei consumi, del settore immobiliare e dell’aggiornamento delle attrezzature attraverso un allentamento della politica fiscale e monetaria.
L’inflazione globale è diminuita dal picco dell’8,0% raggiunto nel terzo trimestre del 2022, ma sta lentamente scendendo sotto il 3,0%. Dovremo aspettare il 2025 per vederla tornare intorno al 2,5%, a causa dell’inflazione statunitense, che rimane al di sopra del 3,0% e continuerà a fluttuare tra il 3,0% e il 3,5% nel prossimo trimestre. Negli Stati Uniti, la domanda solida e i servizi sono responsabili di questa tenuta. Infatti, negli ultimi mesi sono aumentati i prezzi di affitti, trasporti, riparazioni, assicurazioni e servizi medici.
In Europa, i servizi stanno tenendo bene, ma la disinflazione resta la tendenza generale. Inoltre, gli affitti pesano meno sugli indici e il settore immobiliare rimane depresso. È quindi probabile che l’inflazione scenda più rapidamente rispetto agli Stati Uniti, tornando a circa il 2-2,5% nei prossimi trimestri.
Secondo il nostro scenario sull’inflazione, la Fed dovrebbe rinviare il primo taglio dei tassi a dicembre. Potremmo assistere a un solo taglio nel 2024, ma c’è la possibilità che quest’anno non venga effettuato alcun taglio dei tassi se l’inflazione dovesse continuare a deludere. Al contrario, se l’occupazione dovesse inaspettatamente peggiorare, la Fed potrebbe adattare prima la sua strategia sui tassi per adempiere al duplice mandato, ovvero la piena occupazione e il controllo dell’inflazione.
La BCE e la BoE hanno più spazio di manovra rispetto alla Fed in termini di disinflazione. I primi tagli dei tassi potrebbero quindi iniziare a giugno, con l’obiettivo di ridurre i tassi di 75 punti base nell’Eurozona e nel Regno Unito, o anche di più se la spinta salariale andrà a moderarsi ulteriormente.
Il ciclo attuale resta fortemente dipendente dall’attività degli Stati Uniti. Il divario con il resto del mondo dovrebbe ridursi gradualmente, ma altri Paesi non sono ancora in grado di assumere un ruolo guida. I numerosi conflitti e le tensioni sulle materie prime potrebbero indebolire la loro ripresa e un prezzo del petrolio superiore a 100 dollari al barile rappresenterebbe uno shock negativo per l’Europa e i paesi asiatici importatori di energia. La crescita globale ristagnerebbe e l’inflazione aumenterebbe, costringendo le banche centrali a rinviare o annullare i tagli dei tassi d’interesse. Il consolidamento della ripresa nei paesi al di fuori degli Stati Uniti e della Cina è un prerequisito per la sostenibilità del ciclo attuale.

