Il mercato azionario continua a salire nonostante settembre sia storicamente un mese volatile, grazie soprattutto alla Fed Put e alla China Put. Alberto Tocchio, head of european equity and thematics di Kairos Partners SGR

Prosegue il momento positivo dell’azionario, che riesce a sfidare anche la statistica, salendo nel mese che storicamente è il più complicato e volatile dell’anno, soprattutto con le elezioni forse più incerte della storia e la crisi geopolitica nel Medio Oriente. La Fed Put aiuta insieme alla China Put, come menzionato nell’ultima puntata. L’SPX ha raggiunto 46 nuovi massimi dall’inizio dell’anno ed è salito di oltre il 40% dai minimi di esattamente un anno fa, facendolo diventare uno dei migliori rimbalzi in 12 mesi della storia, con una performance da inizio anno più di 4 volte superiore alla media degli anni precedenti. Il breath, o la partecipazione, si è allargata quasi a misura record, passando da un estremo di concentrazione prima dell’estate a un estremo di partecipazione, con oltre il 70% dei titoli sottostanti che sovraperformano l’indice.

Si presenta quindi una situazione più unica che rara, in cui la crescita, almeno negli Stati Uniti, tiene bene, l’inflazione è scesa e le banche centrali sono accomodanti. La retorica del soft landing, o forse meglio del no landing, sembra aver raggiunto lo scenario di base. L’allargamento di partecipazione avviene anche con l’aiuto di settori che fino ad ora avevano performato male. Negli ultimi giorni, negli Stati Uniti, ci sono forti ricoperture di nomi e settori in cui i fondi hedge avevano montato posizioni corte, con nomi di bassa qualità o altamente shortati che si stanno svegliando. È possibile che il trend possa presto toccare anche l’Europa, anche se purtroppo le dinamiche sono diverse, visibili nei nuovi massimi relativi dell’SPX rispetto all’Eurostoxx 50, ma anche nei massimi storici toccati da Nvidia e Apple. Le due aziende più grandi, ASML e Louis Vuitton, hanno perso la settimana scorsa rispettivamente il 14% (con il peggiore declino giornaliero in 26 anni) e il 4.5% dopo i risultati trimestrali e sono entrambe ora negative dall’inizio dell’anno.

È indicativo che l’indice europeo sarebbe stato negativo del 7% dall’inizio dell’anno come performance cumulata durante l’orario di apertura locale, mentre sarebbe positivo del 24% tra la chiusura europea e l’apertura del giorno dopo, mostrando un gap di performance che testimonia quanto deboli siano i flussi rispetto a quelli globali con la spinta statunitense. ASML, azienda leader mondiale nella litografia necessaria alla produzione dei chip, sta soffrendo per le vendite in Cina, frutto del blocco commerciale che deriva dalle tensioni geopolitiche. Non si può affermare che non ci sia domanda di processori; anzi, la società Taiwan Semiconductor ha battuto le stime, affermando di essere solo all’inizio della domanda per l’AI, il tutto prima delle elezioni statunitensi che potrebbero portare ad altri dazi e penalizzazioni ai settori chiave europei.

Si sta ora entrando nel fulcro delle trimestrali e l’inizio a livello globale è stato promettente sia in termini di numeri che di reazione dei titoli. È presto per trarre conclusioni, ma i finanziari e le banche di investimento hanno confermato di aver performato molto bene. L’ultima settimana del mese e la prima di novembre saranno sicuramente le più intense, consentendo di avere maggiore visibilità per la fine dell’anno.

Un altro punto importante riguarda quanto sta avvenendo in Cina, con l’annuncio di ulteriori dettagli dopo quelli già discussi. Il mercato, in realtà, è stornato dai massimi di circa la metà del movimento rialzista e i flussi sono scesi dopo il panic buying di fine settembre. Tuttavia, c’è forte volontà di rilanciare l’economia, nonostante i problemi strutturali, come l’aspetto demografico, la bolla immobiliare e l’alto debito. La Cina potrebbe tornare nel panorama degli investimenti internazionali, dopo averne praticamente fatto a meno durante l’estate.

L’oro, un asset costantemente monitorato, è attualmente a +30% dall’inizio dell’anno e quasi +70% in due anni, è salito recentemente nonostante il movimento al rialzo dei tassi di mercato e del dollaro, sostenuto da una forte domanda fisica e da discorsi sempre più insistenti su una creazione di valuta da parte dei paesi BRICS legata all’oro, simile al dollaro pre-Nixon nel 1971.

Il mese di settembre è stato il mese con il più alto numero di tagli di tassi delle banche centrali dal periodo pandemico e dalla crisi del 2009. La scorsa settimana, la BCE ha effettuato il terzo taglio di 25 punti base, con Christine Lagarde che ha enfatizzato il rischio al ribasso dell’economia e dell’inflazione. Il mercato ha iniziato a pensare che i tassi possano scendere dell’1% nei prossimi quattro meeting e che in quello di dicembre ci siano buone probabilità di un taglio addirittura di 50 punti base.

Per la Fed, la situazione si sta differenziando a causa della forza dell’economia e di alcuni dati inflattivi meno positivi. Il mercato si è già aggiustato nelle ultime settimane, poiché i tassi sul decennale sono saliti dal 3.6% di metà settembre al quasi 4.1% attuale, contribuendo al rafforzamento del dollaro dello 0.5% contro l’euro.

Mancano 10 giorni di trading alle elezioni americane. La situazione economica sembra ottimale, con una crescita sorprendente sopra il 3%, un tasso di disoccupazione sceso al 4.1% e un’inflazione che ha raggiunto il target della Fed al 2%. Per i due candidati, si cercano motivazioni di differenziazione che vanno al di fuori di questi argomenti fondamentali. La Harris cerca di trasmettere forza partecipando a molti dibattiti, mentre Trump si concentra sulla Pennsylvania, considerata come ago della bilancia, dove la Harris sta perdendo terreno.

Se i sondaggi faticano a definire un vincitore, il mercato negli ultimi giorni sembra essersi già fatto un’idea, tanto che il “Trump trade”, ovvero il basket di titoli e settori potenzialmente favoriti dalla vittoria di Trump, è salito per più di 10 giorni consecutivi. Ciò ha potenzialmente contribuito al rialzo dell’intero mercato statunitense, poiché un possibile “Repubblican Sweep” porterebbe all’ottenimento rapido delle sue promesse, come un abbassamento della tassazione e un incremento della spesa.

Le ultime interviste di Trump hanno suscitato scalpore, in cui ha definito le tariffe come la migliore parola nel dizionario, con il WSJ che menzionava una realistica possibilità di tornare a un regime di dazi, come negli anni ’30, per costringere a spostare gli stabilimenti, anche europei, negli Stati Uniti. È opportuno considerare che la retorica dovrebbe concentrarsi su misure restrittive del debito piuttosto che su un incremento della spesa, dato il trend di crescita vertiginosa del debito statunitense, che è aumentato di quasi 13 trilioni di dollari solo negli ultimi 4 anni e di 500 miliardi di dollari dall’inizio del mese, raggiungendo i 36 trilioni di dollari, con un tasso di crescita superiore di almeno due volte rispetto a quello dell’economia. La spesa per gli interessi sul debito è più che raddoppiata negli ultimi 2 anni e quadruplicata negli ultimi 4, diventando la voce primaria di spesa del budget federale.

Il tasso di interesse è tornato a salire insieme all’oro. Non si può parlare di questo tema in campagna elettorale, ma l’IMF ha iniziato a esprimere segnali di sconforto. In Europa, ci si trova nel periodo dell’anno in cui si chiudono i budget e il messaggio di incremento della tassazione e riduzione dei costi è forte e chiaro. La Francia ha avviato questo processo, seguita dalla Spagna, mentre il Regno Unito è atteso per fine mese e anche l’Italia si adeguerà. Le banche centrali hanno tutto l’interesse a ridurre i tassi, stimolare l’economia e ridurre il costo degli interessi sul debito dei singoli stati.