Il Presidente Trump ha presentato l’elenco dei tanto annunciati “dazi reciproci”. Raphael Gallardo, capo economista di Carmignac

I mercati sono rimasti sorpresi, poiché l’aumento medio dei dazi, stimato in 19 punti percentuali, è ben superiore alle aspettative ed equivale a riportare l’apertura commerciale degli Stati Uniti ai livelli della fine del XIX secolo.
È una magra consolazione il fatto che questi “dazi reciproci” non si sommino a quelli settoriali già in vigore ai sensi della Sezione 232, applicati a settori come acciaio, alluminio, automobili e componenti.
Tuttavia, non riteniamo di aver raggiunto il “picco del protezionismo” negli Stati Uniti, poiché si profilano alcune tariffe settoriali per i prodotti farmaceutici, i semiconduttori, i prodotti in rame, il legname e i servizi di spedizione, per i quali sono in corso indagini ai sensi della Sezione 232 e della Sezione 301, che potrebbero aggiungere altri 2,5 punti percentuali al tasso tariffario medio statunitense.
L’aliquota tariffaria statunitense raggiungerebbe così un picco del 31%, con la speranza che le negoziazioni possano ridurla gradualmente.
La localizzazione dei dazi
I dazi risultano particolarmente concentrati sull’Asia e sull’UE (+20ppt), a prescindere dai livelli effettivi di dazi espliciti o di barriere non tariffarie.
L’impatto sull’America Latina appare contenuto.
Il Messico e il Canada per ora sono stati risparmiati, ma rimangono soggetti ai dazi per “fentanyl/immigrazione” del 25% sui beni non appartenenti all’AMCA (con il 10% per l’energia e il potassio canadesi), pari a circa la metà delle loro esportazioni.
La Cina risulta particolarmente colpita, con un ulteriore prelievo di 34ppt sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, che si aggiunge ai dazi del 20% sul “fentanyl” imposti il mese scorso. Questo porta l’aliquota tariffaria totale sulla Cina a un ragguardevole 74%. Inoltre, l’abolizione della regola de minimis, precedentemente rinviata, sarà trasformata in una tassa flat del 30% sulle importazioni, che prevede un minimo di 25 dollari che salirà a 50 dollari a giugno.
Trump e la Cina
Il messaggio dell’amministrazione Trump alla Cina è che non vuole altro che un totale sganciamento economico. I Paesi che avevano già avanzato proposte di riduzione dei dazi sui beni statunitensi, come India, Giappone e Regno Unito, non hanno ottenuto un trattamento preferenziale in questa fase. Ma Trump ha detto che i Paesi sono invitati a fare proposte per ridurre le loro barriere tariffarie e non tariffarie.
Il problema è che il modo in cui vengono calcolati i valori reciproci non ha nulla a che vedere con le misure protettive o le pratiche commerciali “sleali” dei Paesi stranieri.
Sono calcolati in modo semplicistico come la tariffa necessaria per annullare ogni singolo deficit commerciale bilaterale (utilizzando una stima forfettaria di 0,5 per il prodotto dell’elasticità 1 della domanda di importazioni e del passaggio dei dazi alle importazioni).
I Paesi con cui gli Stati Uniti registrano un surplus commerciale, come il Regno Unito, ricevono una sanzione del 10%.
L’impatto dei dazi sul PIL statunitense
Quindi, invece di dazi reciproci, questi assomigliano più a dazi autarchici.
Secondo le nostre stime, l’impatto di quest’ultimo pacchetto di dazi sul PIL statunitense potrebbe essere di 1,2 punti percentuali e l’impulso all’inflazione di 1,9 punti percentuali.
Il totale delle misure protezionistiche finora adottate ammonta a un calo di 1,9 punti percentuali del PIL e a un impatto sui prezzi di +3 punti percentuali.
In assenza di una negoziazione su un importante passo indietro, la crescita del PIL statunitense si avvicinerebbe a uno stallo nella seconda metà del 2025, con un’inflazione core che supererebbe il 5% e senza una tregua anticipata dai tagli dei tassi della Fed.
La recessione è un rischio crescente, ma non è il tema principale, poiché Trump, con il sostegno del Senato, ha annunciato ieri piani finanziari molto più espansivi rispetto al progetto originale votato dalla Camera (in particolare, Trump ha eliminato i tagli a Medicaid).

