Per Alessio Rizzi, head of equity research, active multi-asset, Ubs Asset Management (Ubs Am), il 2026 sarà un anno con più crescita e meno inflazione, considerazione che ha intitolato anche l’outlook presentato alla stampa dall’asset manager svizzero

Crescita sopra le attese

Ubs Am ritiene che la diminuzione dell’incertezza sui rapporti commerciali internazionali nel 2026 dovrebbe essere di supporto all’economia mondiale e al sentiment degli investitori. Il Pmi globale sta già mostrando segnali di miglioramento, sia nel settore manifatturiero, sia in quello dei servizi, un chiaro segnale di maggiore fiducia nel futuro. Nello specifico, Ubs Am si attende un Pil americano sopra le previsioni del mercato (+2%) e un’inflazione sotto il livello di consenso (+ 2,8%). Le politiche fiscali di stimolo saranno di supporto all’attività economica, mentre il costo della vita è previsto in discesa perché l’effetto dazi, che è stato di 50 punti base del 2025, è atteso scemare, il prezzo del petrolio dovrebbe rimanere basso così come il costo delle abitazioni.

Forza dei consumi Usa

Ciò che ha sostenuto il Pil americano lo scorso anno sono stati i consumi, perché il livello del debito privato, sia delle famiglie, sia delle imprese, è ai livelli più basi degli ultimi 30-40 anni. Infatti, ha ricordato l’asset manager, i bilanci del settore privato sono in salute e poco influenzati dalle dinamiche geopolitiche. L’unica debolezza viene dal mercato del lavoro che si è raffreddato, con un forte calo dei nuovi impieghi tra aprile e maggio dello scorso anno, a causa dei dazi e delle politiche sull’immigrazione dell’attuale amministrazione. Al momento la situazione si è stabilizzata, raggiungendo uno stato di equilibrio in cui è un po’ calata la pressione salariale, un altro aspetto che rafforza le previsioni di un’inflazione americana sotto le attese.

Ripresa della produttività

Ma che cosa rende allora la società così positiva sulla crescita nonostante le dinamiche dell’occupazione descritte? La parola chiave, come ha ben illustrato Rizzi, è la produttività. “Se si considera il periodo 2010-2020, la produttività è stata estremamente bassa in America, ma da quel momento in poi, in particolare negli ultimi due anni, c’è stato un forte aumento che credo possa essere spiegato da due fattori. Il primo è l’incremento strutturale della produttività post pandemia e il secondo è l’intelligenza artificiale (Ai), la cui adozione sta già mostrando i suoi effetti nel processo produttivo, dove si rileva un minore utilizzo della mano d’opera”. Queste considerazioni, aggiunte alle precedenti, aprono lo spazio a un taglio dei tassi da parte della Fed che il mercato sta già scontando nei prezzi (vedi l’andamento della forward Us inflation swap 1y1y vs Us inflation swap 1y).

Positivi sui mercati azionari

In questo scenario con forte crescita, bassa inflazione e la Fed che taglia i tassi senza che ci sia recessione, le azioni dovrebbero fare bene, come storicamente è successo dal 1970 in poi negli Usa. Il sovrappeso azionario dell’asset manager è a livello globale e, nello specifico riguarda gli Usa, i mercati emergenti, il Giappone e le banche europee. All’obiezione sul fatto che le valutazioni azionarie siano elevate, Rizzi ha ricordato non solo il contesto macroeconomico favorevole, ma anche la bontà dei risultati aziendali che si è riflessa nella performance di mercato. È il caso degli Stati Uniti in cui, nel 2025, il corso dell’S&P500 è stata la cartina torna sole del 15% di crescita degli utili, senza che vi fosse espansione dei multipli di mercato.

La società di gestione invece, “si assume il rischio in due aree geografiche, molto cicliche, con una forte presenza dell’industria dei semiconduttori e le valutazione sono contenute: i mercati emergenti e il Giappone” ha spiegato sempre Rizzi. Nello specifico, l’attenzione viene rivolta alla Cina per le basse metriche e l’esposizione all’It, mentre il Giappone gode, da un lato di politiche di stimolo fiscale insieme a una politica monetaria molto accomodante.

Il mercato del Sol Levante beneficia di due cambiamenti strutturali: la riforma della corporate governance per le aziende quotate e una crescita nominale che dopo vent’anni da zero è tornata positiva. Nei confronti dell’Europa, prevale una cautela per i risultati aziendali che lo scorso anno hanno deluso, ma il sovrappeso sulle banche scaturisce proprio dall’elevato livello di redditività del settore. Sempre parlando di attivi rischiosi, sono giudicati attrattivi, sia le obbligazioni emergenti in valuta locale, sia gli high yield asiatici. Per quanto riguarda invece la duration dei portafogli obbligazionari, è preferito il tratto di curva non oltre i cinque anni.