Norbert Rücker, Head Economics and Next Generation Research di Julius Baer

Gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto scalpore annunciando la loro uscita dall’OPEC. Questa mossa si colloca a metà strada tra il sorprendente ed il prevedibile. Da anni gli Emirati Arabi Uniti perseguono una strategia di espansione della produzione di petrolio e gas e di più ampia diversificazione economica, il che ha creato attriti con altri membri favorevoli alle restrizioni dell’offerta. L’OPEC è tutt’altro che un gruppo coeso e il suo bilancio in materia di politiche negli ultimi anni è altalenante.

La sfida per i Paesi petroliferi non è l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, ma i cambiamenti tettonici nel mercato petrolifero in senso più ampio. Il petrolio di scisto statunitense, il petrolio in acque profonde sudamericano o le auto elettriche cinesi sono tutti attori del nuovo scenario del mercato petrolifero, caratterizzato da stagnazione e maggiore concorrenza. L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC è in linea con la nostra visione a lungo termine sul mercato petrolifero, dove l’ampia offerta e la maggiore concorrenza mantengono i prezzi intorno ai 60 dollari statunitensi.

In perfetto stile Pogacar e ciclismo, gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto scalpore ieri annunciando la loro uscita dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, in breve OPEC. Questa mossa, o nel gergo ciclistico questa fuga dal gruppo in un momento che potrebbe essere considerato la tappa regina, è a metà strada tra il sorprendente ed il prevedibile. Sebbene vi sia forse una componente politica più ampia, date le rivalità di lunga data e recentemente più pronunciate con altri membri dell’OPEC, la logica economica sembra chiara e convincente.

Da anni gli Emirati Arabi Uniti seguono una strategia a lungo termine in linea con la loro percezione dei cambiamenti strutturali nel mercato energetico e non solo. Questa strategia comprende investimenti sostanziali, passati e in corso, nella produzione di petrolio e gas naturale, nella produzione petrolchimica, nelle esportazioni di gas naturale liquefatto e nelle reti di gasdotti e ferroviarie, per non parlare della più ampia diversificazione economica al di là del settore energetico che ha portato il Paese dove si trova oggi.

L’OPEC è tutt’altro che un gruppo coeso, con gli obiettivi dei suoi membri allineati in modo più opportunistico che strategico. Da questo punto di vista, la coesione del gruppo negli ultimi anni è stata sorprendente, non da ultimo date le divisioni ben marcate. In particolare, all’inizio di questo decennio l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avevano opinioni diverse sulle politiche petrolifere, il che ha causato dispute regolari e ha portato a deroghe politiche per gli Emirati Arabi Uniti.

L’Arabia Saudita ha spinto per una riduzione della produzione; gli Emirati Arabi Uniti hanno invece preferito una normalizzazione più rapida e la graduale riduzione delle restrizioni, in modo da poter monetizzare i propri investimenti e l’espansione della capacità produttiva. Con l’uscita dall’OPEC, questa maggiore flessibilità e indipendenza è ormai garantita. Naturalmente, il futuro del cartello petrolifero è ora sotto esame. Sebbene l’uscita limiti in qualche modo la sua influenza sulla carta, il leader de facto e principale responsabile dell’attuazione delle politiche negli ultimi anni è stato l’Arabia Saudita, che non solo ha indicato la direzione da seguire, ma ha anche sempre fatto la parte del leone in termini di riduzioni della produzione. Il bilancio delle nazioni petrolifere è altalenante.

I tagli all’offerta hanno stabilizzato i prezzi durante gli shock della domanda, come nel 2020, o li hanno sostenuti durante le fasi di crescente tensione, come nel 2021, ma sono efficaci solo temporaneamente e comportano il rischio di perdite di quote di mercato. Ciò è stato particolarmente evidente dal 2022 e con l’avanzata del petrolio di scisto statunitense e del petrolio in acque profonde sudamericano. La sfida dell’OPEC non è l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, ma i cambiamenti tettonici nel mercato petrolifero in senso più ampio. Oltre al petrolio da scisti statunitensi e a quello da acque profonde sudamericane, la transizione energetica, il passaggio ad auto e camion elettrici ed il passaggio a materie prime petrolchimiche derivate dal gas naturale portano al picco della domanda di petrolio. In un contesto di mercato caratterizzato da stagnazione e, alla fine, declino, la concorrenza di solito aumenta.

È meglio affrontare queste sfide senza vincoli politici. L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC conferma la nostra visione a lungo termine sul mercato petrolifero, dove l’ampia offerta e l’aumentata concorrenza mantengono i prezzi stabili intorno ai 60 dollari statunitensi, una situazione emersa lo scorso anno e che molto probabilmente tornerà a verificarsi una volta superate le attuali turbolenze geopolitiche. L’impatto di questa uscita sulla politica regionale va oltre le nostre competenze, ma giunge in un momento di profondo riassetto delle relazioni nella regione e potrebbe favorire la ricerca di una soluzione al conflitto in corso.