Carlo Gioja, Senior Portfolio Manager Equity Plenisfer Investments SGR

Nel 2025 la Cina è stata uno dei mercati azionari più performanti al mondo: l’indice MSCI China ha messo a segno una crescita superiore al 30%, surclassando l’S&P 500. Nel 2026 il quadro si è invertito con altrettanta brutalità, e il mercato cinese figura oggi tra i peggiori performer globali .
I timori che sembravano essere stati archiviati — deflazione, crisi immobiliare, debolezza dei consumi — sono tornati al centro del dibattito. E non a caso: l’attesa per un intervento deciso a sostegno della domanda interna è andata ripetutamente delusa, e probabilmente continuerà ad esserlo. Pechino si dice relativamente fiduciosa nel centrare anche quest’anno i propri obiettivi di crescita, e questa fiducia riduce, di fatto, l’urgenza politica di agire sui motori del consumo privato, nonostante lo “smantellamento” deliberato del settore immobiliare ha lasciato ferite profonde nell’economia reale.

Per oltre un decennio il settore aveva rappresentato uno dei maggiori motori di crescita del Paese e una fonte essenziale di entrate per i governi locali, raggiungendo dimensioni e fragilità probabilmente senza precedenti nella storia economica moderna: al culmine della bolla, intorno al 2020, il suo valore nominale era comparabile all’intero mercato obbligazionario statunitense, nell’ordine dei sessanta trilioni di dollari1.
Dopo aver imposto un freno alla bolla immobiliare, la priorità di Pechino è oggi quella di guidare una transizione strutturale: spostare risorse dai settori maturi e saturi — manifattura a basso valore aggiunto, immobiliare — verso le nuove tecnologie e i comparti ad alto contenuto innovativo.
È un processo per sua natura lungo e che attraversa molteplici industrie: la scommessa è che, quando questi settori raggiungeranno la maturità e si consolideranno, il potere di prezzo e la redditività seguiranno.
Il sistema cinese eccelle nel coordinare politiche industriali volte a raggiungere livelli di eccellenza in settori industriali ritenuti strategici. Non è certo un approccio infallibile, ma ha già portato risultati importanti e tangibili. Un esempio sono i treni ad alta velocità: nel giro di poco più di un decennio, il paese è passato dai primi progetti in Joint Venture alla leadership mondiale pressoché incontrastata del settore, con innovazioni tecnologiche domestiche e più della metà di tutta la capacità installata al mondo. E i maggiori beneficiari non sono necessariamente state le società del settore, ma per esempio il turismo domestico e le economie delle città di 3° e 4° fascia. Dinamiche simili sono oggi in atto in molti altri settori caratterizzati da elevata competizione interna.
Sul fronte dell‘intelligenza artificiale, la Cina si muove con una logica propria e con una velocità che il mercato fatica ancora a prezzare correttamente. A marzo, in una prima assoluta mondiale, Pechino ha elevato i “token” — le unità fondamentali di dati elaborate dai grandi modelli linguistici — al rango di indicatore economico nazionale, equiparandoli per rilevanza ai chilowattora: una prima misura della produttività dell’economia nell’era dell’IA. La mossa riflette un approccio preciso: trattare l’intelligenza artificiale come l’elettricità, un input fondamentale da rendere il più accessibile possibile all’industria nazionale, con l’obiettivo di raggiungere la massa critica prima di chiunque altro e presidiare poi lo spazio regolatorio. L’effetto immediato è l’abbattimento del costo dei token a una frazione dei prezzi globali.
Nonostante un parziale recupero negli ultimi mesi, i prezzi cinesi restano inferiori di almeno un ordine di grandezza rispetto ai principali modelli statunitensi. Il risultato è un altro ciclo di crescita rapida e non profittevole per i produttori di modelli, impegnati in una corsa agli investimenti e in una guerra al ribasso sui prezzi. Ma questa dinamica genera anche opportunità in segmenti meno esposti alla competizione estrema e alla sovrabbondanza di capitale, perché certi asset scarsi non sono facilmente replicabili, o perché beneficiano di costi degli input artificialmente compressi.
Il principale freno agli hyperscaler cinesi resta il mancato accesso ai chip e alle memorie di ultima generazione: un vincolo strutturale che non si risolve nel breve periodo, nonostante gli investimenti previsti quest’anno dalle Big Tech cinesi siano destinati a crescere nell’ordine del 50% rispetto al 20251. Ciò detto, la capacità di sviluppare modelli efficienti entro i limiti dell’infrastruttura disponibile ha già prodotto soluzioni più avanzate di quanto il consenso di mercato sembri oggi riconoscere. Nel frattempo, le applicazioni consumer, che non richiedono modelli particolarmente sofisticati, proliferano. A completare il quadro, i player locali possono contare su un vantaggio competitivo difficilmente replicabile altrove: un costo dell’energia strutturalmente basso, frutto degli ingenti investimenti pubblici e privati nelle infrastrutture energetiche, infrastrutture che hanno peraltro attratto buona parte dei flussi di capitale in uscita dal settore immobiliare.
In questo contesto, riteniamo fuorviante leggere la Cina come un’entità monolitica, o ancorare il giudizio alle performance di breve termine. Rimane un mercato dove la formazione dei prezzi, tanto nei mercati finanziari quanto nell’economia reale, segue logiche non sempre lineari. La lente più utile, a nostro avviso, attraverso cui guardare il mercato, resta quella dei flussi di capitale: identificare i settori in cui l’allocazione pubblica e privata sostiene processi di consolidamento industriale, con la prospettiva di far emergere campioni dotati di un vantaggio competitivo sostenibile nel tempo. È in contesti come questo che un approccio attivo consente una selezione delle opportunità mirata, che guarda oltre la volatilità di breve termine.

