A settembre l’indice del Conference Board crolla a 81,9 punti, ben sotto le attese. I listini americani chiudono quasi invariati. Articolo tratto da Asset Intelligence – Il Quotidiano fatto con l’AI

MGG

Perché i mercati hanno imparato a non fidarsi di questo segnale, e perché potrebbe essere un errore?

Il dato più pesante della giornata di martedì è arrivato alle 10 di New York e Wall Street lo ha quasi ignorato. L’indice della fiducia dei consumatori del Conference Board è sceso a settembre di 6,7 punti, a 81,9, dagli 88,6 di agosto. È il livello più basso dal 2014. Il consenso si aspettava 89,2, e il dato è risultato inferiore a tutte le stime raccolte da Bloomberg tra gli economisti.

Il peggioramento è diffuso

La componente sulla situazione attuale è scesa di 7,9 punti a 109,3, quella sulle aspettative di 5,9 punti a 63,6, terzo calo consecutivo. Per la prima volta da settembre 2024 le condizioni correnti delle imprese sono giudicate negative. E per la prima volta da quando la domanda è stata introdotta, quattro anni fa, sono più gli americani che definiscono cattiva la situazione finanziaria della propria famiglia di quelli che la definiscono buona. Il sondaggio, chiuso il 23 settembre, comprende il rialzo dei tassi deciso dalla Fed.

La reazione dei mercati è stata breve. L’S&P 500, aperto a 7.699,60 punti, è sceso fino a 7.653,55 dopo la pubblicazione, per poi recuperare e chiudere a 7.671,19, in calo dello 0,16%. Il Dow Jones ha perso lo 0,26%, il Nasdaq lo 0,09%. In Europa lo STOXX 600 ha chiuso in calo dello 0,1%, frenato più dai rendimenti obbligazionari che dal dato americano.

Indifferenza

Le ragioni di questa indifferenza sono almeno tre. La prima è che il segnale d’allarme suona da troppo tempo: il Conference Board associa una componente aspettative sotto quota 80 a una recessione entro 12 mesi, ma quella soglia è stata oltrepassata al ribasso per il ventesimo mese consecutivo, e la recessione non è arrivata. La seconda è che l’indice misura il sentimento, non la spesa, che finora ha tenuto. La terza è che, con il rendimento del Treasury a 30 anni salito in mattinata al 5,59%, massimo dal 2004, un consumatore più debole ha anche un’altra faccia: rende meno probabili nuove strette monetarie.

Prudenza dai commenti

Dana Peterson, capo economista del Conference Board, sottolinea che nelle risposte libere degli intervistati i riferimenti ai prezzi, a petrolio e benzina in particolare, hanno toccato livelli mai visti, riflettendo l’impennata dei carburanti di settembre. Yelena Shulyatyeva, economista dello stesso istituto, osserva a Marketplace che un singolo mese potrebbe essere un’anomalia, ma che la tendenza al ribasso dura da anni e che le famiglie pianificano di tagliare la spesa non essenziale. Jonathan Ernest, economista della Case Western Reserve University, avverte che la tenuta dei consumi è meno solida di quanto appaia: i tassi di risparmio scendono e le famiglie stanno già usando il cuscinetto accumulato.

Il verdetto passa ora ai dati sull’occupazione di venerdì. Martedì le offerte di lavoro (JOLTS) si sono fermate a 7,08 milioni, sotto i 7,2 attesi. Se anche il rapporto di venerdì dovesse deludere, il pessimismo delle famiglie smetterebbe di essere solo un’opinione.