La tenuta degli indici nasconde una fragilità che segnaliamo da tempo. Alberto Tocchio, head of Global Equity and Thematics, Kairos Partners

Nelle ultime settimane, meno del 30% dei titoli dell’S&P 500 aveva battuto l’indice: un dato che si colloca nel secondo percentile dal 2005, tra le più estreme degli ultimi 20 anni. Da giugno, il 54% dei titoli dell’indice Russell 3000 aveva subito una flessione superiore al 20%. Più di un titolo su due, mentre guardando soltanto i grandi indici sembrava quasi che la correzione non fosse mai arrivata.
Può quindi sorprendere vedere che il Nasdaq 100 abbia perso più del 5% la settimana scorsa, contro un Dow Jones positivo, o che l’Europa, nonostante i problemi politici, fiscali ed energetici, abbia iniziato a sovraperformare. Ma il mercato sta in realtà cominciando ad allargare il proprio orizzonte dopo un periodo di estrema concentrazione: appena cinque titoli pesano quasi un terzo di un indice composto da 500 società e, da soli, bastavano a spiegare il rialzo dell’intero indice da inizio anno, oltre a gran parte delle attese di crescita degli utili del terzo trimestre.
Tenendo presente che il mercato sta tornando più costruttivo, il rendimento del decennale americano è sceso di 15 punti base la settimana scorsa e più di 340 titoli sono saliti, mentre l’S&P 500 ha chiuso la settimana in calo del 2%. Questo non significa che adesso sia più facile. Anzi, per come è posizionato il mercato, probabilmente è vero il contrario. Ma trovo corretto prepararci a uno scenario nuovo per questi ultimi due mesi e mezzo dell’anno.
Finché il capitale è abbondante, la domanda principale è quanto velocemente si possa crescere. Quando finanziarsi diventa più costoso, bisogna anche dimostrare quanto rende ogni dollaro investito. Ed è qui che la pressione sulle obbligazioni ha cominciato a trasferirsi alle azioni, soprattutto nelle società che dipendono maggiormente dal debito e dai grandi laboratori che sviluppano i modelli.

