In Italia l’88,5% dei consulenti finanziari ha un’età superiore ai 40 anni. Il 56,6% supera i 50 anni e il 5,9% ha oltre 65 anni: ma gli under 30 sono fermi sotto 2% del totale. Se il trend non si ferma, fra dieci anni per trovare un consulente finanziario bisognerà cercare nelle case di riposo. A meno di volersi affidare interamente al robo advisor. Il tema, battute a parte, è molto serio. Se ne è discusso durante l’ultima edizione di ConsulenTia20 a Roma e qui ne parliamo con Ferdinando Rebecchi, responsabile della rete di Bnl-Bnp Paribas Life Banker.

Vi rispecchiate in questi numeri forniti dall’Ocf? 

«Le nostre percentuali sono leggermente migliori rispetto alla media: i Life banker con più di 50 anni sono il 54%, mentre quelli con meno di 30 anni rappresentano il 4% della rete, il doppio rispetto al sistema».

Che impatto avrà l’invecchiamento generale della popolazione dei consulenti sulla sua rete?

«Non temiamo alcun impatto, anche perché abbiamo meccanismi per gestire il ricambio generazionale, tutelando il cliente e gli interessi del consulente cedente e di quello subentrante. Questo mestiere sarà sempre caratterizzato da professionisti con un’eta media elevata, diciamo dai 45 ai 50 anni. È fisiologico, sia a causa dell’esperienza e del profilo professionale che occorre raggiungere per gestire responsabilmente e con competenza il patrimonio dei clienti, sia per l’età media dei decisori nelle famiglie, soprattutto quando si ha a che fare con clienti di segmento affluent e private».

Quali sono le maggiori difficoltà riscontrate nell’inserimento e sviluppo di giovani neolaureati?

«Purtroppo il nostro mestiere non è conosciuto presso i giovani e, soprattutto, non ha ancora raggiunto quel livello di prestigio che merita, anche alla luce dell’importanza e responsabilità sociale che ha e del livello di competenza e rigore professionale che lo contraddistingue. Tutti insieme, mandanti e associazioni, dovremmo impegnarci per farlo conoscere per ciò che è e per prenderci lo spazio che meritiamo, anche alla luce del bisogno di cultura finanziaria presente nel nostro paese».

Quali iniziative avete avviato per contrastare il fenomeno? 

«Siamo da tempo impegnati in una forte ed impegnativa campagna di reclutamento di giovani neo laureati, con l’obiettivo di formalizzare 40 ingressi entro questa primavera, confortati dagli ottimi risultati ottenuti con la precedente analoga iniziativa. Negli ultimi mesi abbiamo valutato oltre 2mila curricula e abbiamo incontrato oltre 400 giovani presso università o organizzando recruiting day presso le nostre sedi di Roma e Milano e abbiamo preparato all’esame 60 giovani».

Che supporto viene dato a chiedere interessato a intraprendere la carriera?

«Abbiamo previsto un programma di formazione, supporto professionale e sostentamento economico per i giovani che si avvieranno a questa splendida professione. Il nostro modello di consulenza patrimoniale, e dunque non solo finanziaria, e il nostro brand favoriscono la crescita professionale e la possibilità di guadagno dei nostri giovani, rispetto ad altri modelli.

Avete delle obiettivi nel medio-lungo periodo?

«Credendo molto a questa professione, crediamo molto nei giovani: il nostro obiettivo è quello di avere il 10% di giovani all’interno della nostra rete».

Esistono programmi che prevedano il progressivo passaggio di portafogli dai consulenti più anziani a quelli più giovani?

«Come dicevo sopra, esistono meccanismi per favorire la migrazione di clienti dal Life banker  che volesse ritirarsi dalla professione o che volesse cedere una parte del portafoglio ad altri più giovani, ma nulla di programmato. Se si vuole crescere e far crescere i giovani, bisogna investire e concentrarsi soprattutto su come metterli nelle migliori condizioni perché riescano ad acquisire autonomamente nuovi clienti, sviluppando le loro competenze ed ampliando le loro possibilità di consulenza e offerta. E noi questo siamo bravissimi».