Le recenti sessioni sono state caratterizzate da volatilità estreme. Lunedì 9 si è assistito ad una sessione di disordine totale sui mercati finanziari: l’indice S&P è stato sospeso per eccesso di ribasso a più riprese, il Vix ha segnato un massimo sopra 60% e il trentennale US ha scambiato in un range di 40 bps di rendimento toccando un minimo di 0,70% nelle fasi più convulse della mattina.
Di lì a tre giorni, giovedì 12, si è passati al panico assoluto: gli indici azionari hanno fatto registrare ribassi in doppia cifra: S&P a -10%, Euro Stoxx a -12% e FTSE MIB a -17% per citarne alcuni; sul mercato dei corporate bonds la liquidità si è completamente prosciugata mentre i loro derivati (CDS) allargavano pesantemente – dai 25 bps sull’investment grade ai 100 bps sull’High Yield. Anche i tradizionali attivi di “protezione” – le obbligazioni governative core e l’oro – hanno fatto registrare performance negative, con buona pace delle correlazioni storiche.
Il tema dominante resta senz’altro quello della revisione in negativo delle aspettative degli operatori circa la capacità, da parte dei governi del mondo occidentale, di rispondere in maniera adeguata e coordinata alla crisi da Coronavirus in corso e al timore che le ricadute macroeconomiche delle misure da adottare (sull’esempio di Cina e Italia) possano risultare di dimensioni ben superiori a quanto inizialmente temuto: la minor crescita di -0,5% stimata dall’OCSE solo una settimana fa rischia di essere uno scenario molto ottimistico. Infatti, allo shock d’offerta inizialmente attribuito al blocco dell’attività cinese, ora si aggiunge lo shock di domanda legate alla necessita di prevenire la diffusione del virus SARS-Cov-2 attraverso misure di distanziamento sociale. Del resto, ad oggi, è ancora incerta la loro efficacia e la loro durata.
Europa, escalation di casi e misure
Restano evidenti le incognite circa la dinamica di sviluppo del Covid-19: in Cina dove simili misure sono state introdotte appena è emerso qualche centinaio di casi, l’emersione dei contagi ha raggiunto il picco 12 giorni dopo. Se l’evoluzione della pandemia segue lo stesso profilo anche da noi, il picco sarà nella seconda metà di marzo (con incrementi giornalieri di svariate migliaia). Tuttavia, il lockdown italiano è stato più progressivo (10/3 dopo 15 giorni dai primi focolai) e rimane meno radicale. Altri paesi europei sono solo agli inizi della curva epidemica ed è lecito attendersi un’escalation di casi e misure.
Negli Stati Uniti, l’amministrazione e il pubblico americano solo ora sembrano avvertire l’urgenza del problema. Data la natura privatistica dell’assistenza sanitaria americana e la possibile reticenza a misure di contenimento che possano privare delle libertà personali (quale quella di circolazione), la gestione e durata della crisi rischia di essere più complicata che non altrove. In definitiva, ora sappiamo che l’emergenza avrà durata misurabile in mesi, non in settimane.
A questo tema si è aggiunta, sabato 7 marzo, l’improvvisa e destabilizzante decisione dell’Arabia Saudita di innescare una guerra al ribasso sul prezzo del petrolio all’indomani del fallimento dei negoziati sulla riduzione delle quote di produzione fra paesi OPEC e la Russia per sostenere i corsi petroliferi. Questo improvviso cambio di strategia ha provocato, alla riapertura dei mercati, uno shock ulteriore con il prezzo del greggio in calo del 30% rispetto alla già debole chiusura del venerdì.
Queste le novità di mercato che impongono una riflessione sul potenziale correttivo degli indici azionari e, più in generale, degli attivi a rischio. In particolare, occorre chiedersi se le risposte di politica monetaria e fiscale – per quanto massicce – possano rappresentare un punto di svolta nella crisi attuale o se siano unicamente propedeutici a una stabilizzazione temporanea dei mercati finanziari.
Le misure annunciate dalla Bce nel corso della riunione di giovedì 12 – peraltro macchiata da un grossolano e doloroso (per i mercati) “inciampo comunicativo” da parte della Presidente Lagarde – e quelle di natura fiscale annunciate venerdì 13 dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, vanno nella direzione giusta e offrono flessibilità ai paesi membri per affrontare l’emergenza sanitaria e le sue ricadute economiche.
Coronavirus e spread: timore per fallimenti societari
Lo stesso, si può dire della Federal Reserve che, a pochi giorni dal primo intervento del 3 marzo, torna con un’azione straordinaria tagliando i tassi a 0,25 e lanciando un massiccio programma di Quantitative Easing da 700 miliardi di dollari. Una manovra, quindi, che arriva in sintonia con le principali Banche centrali internazionali, Bce compresa, che hanno attivato misure per iniettare liquidità in dollari ai mercati e proteggerli dalle conseguenze della pandemia.
In merito ai mercati azionari si possono, quindi, fare le seguenti considerazioni: la violenta correzione gli indici azionari in un intervallo temporale così breve – con chiari segnali di capitolazione nella giornata di giovedì – lascia spazio a possibilità di recuperi, anche significativi, dei corsi. In particolare in virtù delle azioni di stabilizzazione (monetaria e fiscale) già intervenute o annunciate questa settimana nonché di quelle attese nei giorni a venire (pacchetto fiscale dell’amministrazione Usa e riunione della Fed).
Restano le suddette incognite in merito agli sviluppi della pandemia e all’efficacia delle risposte che i diversi paesi stanno dando all’escalation del contagio. Le implicazioni sulla durata della crisi sanitaria e le conseguenti ricadute macroeconomiche a livello globale non consentono di avere visibilità sui tempi di una recessione cui seguirebbe una ripresa (andamento ad U). La cautela è quindi d’obbligo anche dopo i ribassi a cui abbiamo già assistito.
Infine, una particolare nota va rivolta a
- la classe d’attivo del credito stante il posizionamento massiccio degli investitori
- la mancanza di liquidità sul mercato secondario
- la nuova strategia perseguita dall’Arabia Saudita (con gravi implicazioni sulla sopravvivenza dello shale oil americano, le cui società costituiscono una parte sostanziale dell’indice HY US).
Il recente, violento allargamento degli spread di credito alimenta i timori di fallimenti societari. E di un possibile, imminente, credit crunch. Le BC però hanno imparato la lezione dalle crisi del 2008 e confidiamo siano in grado di evitare quantomeno una destabilizzazione bancaria o un corto circuito sulla liquidità.
A cura di Marco Piersimoni, senior investment manager di Pictet Asset Management

