I commenti in vista della riunione della Federal Reserve di questa settimana a cura degli esperti di DWS, abrdn, Axa e State Street Global Advisors

Christian Scherrmann, U.S. economist, DWS

La disinflazione, pur essendo in corso, è inferiore alle aspettative degli ultimi mesi. E se in passato l’anticipazione di tassi più bassi poteva contribuire a sostenere l’attività economica (e i prezzi), un altro fattore potrebbe aver avuto un impatto ancora maggiore. I recenti dati sull’immigrazione suggeriscono che l’afflusso di persone potrebbe essere stato significativamente maggiore di quanto ipotizzato in precedenza. Sebbene un aumento della popolazione sostenga inevitabilmente la domanda aggregata e forse anche i prezzi nel breve periodo, non porta necessariamente a un aumento dell’inflazione nel medio termine. L’aumento dell’offerta di lavoro potrebbe infatti attenuare la mancanza di manodopera e quindi sostenere le aspettative di un aumento dei salari più contenuto in prospettiva. Questa situazione determina una prospettiva piuttosto positiva per la disinflazione. Continuiamo a pensare che la disinflazione proseguirà, anche se con una volatilità più elevata del previsto. Ci aspettiamo quindi una riduzione dei tassi, anche se un po’ in ritardo rispetto alle previsioni iniziali.

Questo ragionamento ci porta al tema centrale: la riunione di maggio del FOMC (Federal Open Market Committee). I banchieri centrali hanno già fatto sapere che non hanno fretta di ritoccare i tassi e che l’attuale orientamento della politica monetaria è considerato sufficientemente restrittivo. Riteniamo che la narrativa “lotta all’inflazione ad ogni costo” necessiti di una rinfrescata. Potrebbe essere utile ricordare ai mercati che se l’inflazione dovesse tornare a salire, si potrebbe prevedere un altro ciclo di rialzi dei tassi. Anche se gli aumenti dei tassi non sono certo il nostro scenario di base, riteniamo che i banchieri centrali, con questo atteggiamento da falchi, stiano guadagnando il tempo necessario per valutare quanto velocemente procede la disinflazione. Infine, ci aspettiamo di ricevere qualche dettaglio sul tapering (quantitative tightening), dato che i banchieri centrali dovrebbero aver già ampiamente discusso questo argomento.

Paul Diggle, capo economista di abrdn, non si aspetta un taglio dei tassi Fed prima di settembre

Il nostro scenario di base prevede due tagli dei tassi da parte della Fed quest’anno, a settembre e a dicembre, poiché la crescita e l’inflazione dovrebbero moderarsi leggermente nella seconda metà dell’anno. Tuttavia, prendiamo in seria considerazione il rischio che non ci siano tagli o che la prossima mossa sia un rialzo. Infatti, assegniamo una probabilità cumulativa del 35% agli scenari “no landing” e “picco del prezzo del petrolio”, in cui la politica monetaria rimane invariata o addirittura diventa più restrittiva.

Sul fronte della crescita, l’attività continua ad essere sostenuta da bilanci forti di consumatori e imprese, una politica fiscale accomodante, elevati flussi migratori netti e un aumento della produttività. Questi elementi favorevoli potrebbero indebolirsi leggermente nel corso del 2024, pertanto riteniamo che la crescita si modererà. Esistono sia rischi di una crescita costantemente superiore al trend o di un incremento del trend di crescita, sia rischi al ribasso di un rallentamento più significativo.

Sul fronte dell’inflazione, il CPI si è rivelato ancora una volta positivo a marzo. Man mano che l’anno avanza, diventa sempre più difficile attribuire questa forza alla stagionalità residua e ad altre anomalie. Riteniamo che sia ancora in atto una modesta disinflazione, dato il rallentamento della crescita dei salari, e il calo degli affitti di mercato indica che l’inflazione degli alloggi prima o poi tenderà a diminuire.

Pertanto, il PCE core dovrebbe scendere al 2,5% su base annua entro l’estate, ma i progressi potrebbero arrestarsi nel resto dell’anno quando gli effetti base si riveleranno meno utili. Tuttavia, ci sono molte probabilità storiche che l’inflazione si mantenga al di sopra dell’obiettivo o che subisca un rimbalzo, ed è per questo che teniamo in seria considerazione questi rischi.

Tornando alla politica monetaria, la sorpresa al rialzo del CPI indica che la Fed non sta ancora vedendo i progressi necessari a procedere con un taglio dei tassi la prossima estate. Pensiamo che la Fed aspetterà almeno fino a settembre prima di tagliare i tassi, per poi procedere a un secondo taglio a dicembre. Tuttavia, i rischi tendono verso una data di inizio ancora più tardiva nel caso in cui l’inflazione non dovesse rallentare. Nonostante questa inversione di rotta, Powell ha ribadito che la politica monetaria rimane restrittiva, ponendo una barriera elevata ma non insormontabile a un ulteriore inasprimento. Una forte impennata dei prezzi del petrolio, guidata dal rischio geopolitico, potrebbe essere un fattore scatenante per passare a nessun taglio o addirittura a ulteriori rialzi”.

Gilles Moëc, AXA Group chief economist and head of AXA IM Research 

  • La Fed avrà bisogno di più tempo – anche se un dato del PIL più basso è il primo ingrediente per una ripresa della disinflazione.
  • Nonostante alcuni segnali di ripresa, condividiamo il punto di vista di Panetta: la Bce dovrà necessariamente divergere dalla Fed.
  • Scelta difficile per la BoJ – un cambio debole è motivo di preoccupazione, ma ha senso cercare di “rincorrere il dollaro”?

Tra i numerosi dati pubblicati la scorsa settimana negli Stati Uniti, il mercato si è concentrato principalmente sull’indice dell’inflazione core, risultato superiore alle attese. Fino a venerdì scorso, era previsto solo un taglio e mezzo dei tassi da parte della Fed per quest’anno.

I dettagli del dato PCE non hanno determinato maggiore sollievo rispetto dato complessivo: l’inflazione dei servizi è aumentata di nuovo, mentre quella dei beni manufatti è tornata in territorio positivo, su base annualizzata a tre mesi, per la prima volta da giugno dell’anno scorso. Ci aspettiamo che questa settimana Jay Powell chiarisca in modo definitivo che la Fed non è in posizione di tagliare i tassi a breve. Ci aspettiamo comunque che la Banca centrale Usa taglierà i tassi quest’anno (due volte, a partire da settembre), sulla base dell’ipotesi che il PIL più debole del previsto per il primo trimestre – inferiore alla crescita potenziale per la prima volta in quasi due anni – indichi l’inizio di un rallentamento duraturo che aiuterebbe a riavviare il processo di disinflazione, soprattutto considerando l’inasprimento delle condizioni finanziarie complessive, con i rendimenti decennali che tornano ai livelli che non si vedevano dall’autunno scorso.

Tuttavia, un’altra dose della policy “higher for longer” negli Stati Uniti avrebbe implicazioni serie per il resto del mondo. Mentre un taglio dei tassi a giugno sembra ora riscuotere abbastanza consenso all’interno del Governing Council, i falchi potrebbero evidenziare il rischio di alimentare l’inflazione importata nell’Eurozona attraverso la svalutazione della moneta, se la Bce divergesse troppo dalla Fed. La scorsa settimana, Fabio Panetta della Banca d’Italia ha espresso un argomento solido a favore del decoupling, puntando sul complessivo inasprimento delle condizioni finanziarie che una Fed in pausa scatenerebbe per il resto del mondo. Abbiamo quindi analizzato in dettaglio un documento, che quantifica gli effetti di spillover della politica monetaria degli Usa, a cui Panetta ha fatto riferimento nel suo discorso. Condividiamo il suo punto di vista sul fatto che la reazione ottimale di una Banca Centrale di fronte a una pressione inflazionistica interna più bassa e dinamiche di domanda sfidanti dovrebbe essere quella di contrastare il contagio dagli Stati Uniti tagliando i tassi di interesse.

Guardando infine alla Bank of Japan, questa sta già affrontando una forte pressione sul tasso di cambio, che è sceso al di sotto dei livelli che avevano innescato un intervento sul mercato valutario nel 2022. Tuttavia, gli ultimi dati sull’inflazione giustificano l’approccio cauto di Ueda alla normalizzazione della politica.

Jason Simpson, senior fixed income Etf Strategist di SPDR ETF – State Street Global Advisors:

  • La riluttanza dell’inflazione a scendere quest’anno ha intaccato la fiducia del mercato sulla capacità della Federal Reserve di allentare la politica. Attualmente il mercato non prevede un taglio completo dei tassi fino al novembre 2024.
  • In termini di comportamento degli investitori, nelle ultime settimane si è verificato un aumento dei flussi verso gli ETF a scadenze ultracorte. Gli operatori di mercato stanno chiaramente cercando di proteggersi dall’inarrestabile aumento del rendimento del decennale statunitense e sembrano aver ritardato l’operazione di neutralizzazione della duration che avevano programmato per il 2024.
  • L’aumento dei rendimenti di mercato e il recente calo delle azioni hanno probabilmente inasprito le condizioni monetarie. Ciò potrebbe consentire al presidente Powell di continuare a sostenere che il FOMC continua ad osservare i dati. Con il mercato che si aspetta una prospettiva di politica più falco, questo potrebbe essere molto costruttivo per le obbligazioni.