In due anni i mercati sono cambiati radicalmente: Ai ovunque, concentrazione estrema degli indici, volatilità improvvisa e violenta seguita da recuperi altrettanto forti. In questo contesto l’investitore non riconosce più il territorio nel quale deve operare e, soprattutto, i vecchi ancoraggi: i dati fondamentali o l’esperienza di chi ha vissuto gli alti e bassi dei mercati per decenni non contano più. A questo punto, però, sorge un dubbio: la finanza comportamentale si è in parte trasformata per seguire questi cambiamenti o è rimasta uguale a sé stessa, convinta che la sua metodologia si possa applicare a ogni genere di mercato? C’è una ricerca nuova all’altezza del mercato nuovo o l’accademia insegue forte delle sue certezze?
A rispondere è Ruggero Bertelli, professore ordinario di economia degli intermediari finanziari con focus su rischi e performance delle istituzioni finanziarie, gestione del rischio di credito e gestione dei rischi finanziari. E soprattutto è uno dei maggiori esperti in Italia di finanza comportamentale.
«La finanza comportamentale studia, tra le altre cose, genesi ed evoluzione delle bolle speculative. Questi fenomeni hanno radici profonde nel comportamento umano, nel modo in cui vengono prese decisioni. “Irrational exuberance” di Robert Shiller rimane un riferimento essenziale. La psicologia cognitiva non è cambiata. L’essere umano ha una parte hardware (il funzionamento della mente), che non muta; e una parte software che si evolve e si aggiorna, rendendo sempre apparentemente nuovi gli stimoli che generano i comportamenti concreti. L’Ai è un “software” potentissimo che gira in un hardware sostanzialmente invariato e limitato. Quindi le decisioni soffrono degli stessi “colli di bottiglia” che esistevano prima; anzi, più aumenta la velocità e la quantità di informazioni, più il collo di bottiglia si intasa, generando scorciatoie e distorsioni».
Due investitori retail su tre negli Usa usano l’Ai per decidere. C’è il rischio che si generino bias nuovi (eccesso di fiducia per procura, illusione di controllo, deresponsabilizzazione)?
«La diffusione capillare dell’intelligenza artificiale ne costituisce uno dei principali pericoli. La riduzione dell’emotività potrebbe avere luogo solo se l’Ai diventasse un consulente indipendente, ascoltato e autorevole, anche (e soprattutto) in momenti di crisi. Ma oggi non è così. L’ambiente è euforico. E l’Ai dice ciò che la gente vuole sentirsi dire. La prova del fuoco ci sarà quando una crisi sul mercato produrrà panico e i suggerimenti dell’intelligenza artificiale genereranno perdite…o veramente pensiamo che l’Ai non sbagli mai sui mercati finanziari?».
È stato notato che anche gli agenti Ai che operano sui mercati riproducono comportamenti gregari e bolle speculative, talvolta in forma più pura degli umani. È vero? E non stiamo costruendo mercati in cui i bias non spariscono, ma si industrializzano?
«In un recente post su Linkedin(1) ho condiviso un esperimento che apre la riflessione sulle distorsioni cognitive dell’Ai, che commette errori perché, ovviamente solo in senso metaforico, utilizza le stesse scorciatoie mentali degli umani. Risponde ciò che è più probabile sia vero. Ovviamente ci accorgiamo degli errori solo quando la risposta è solo una e la conosciamo e l’Ai risponde diversamente. Ma in tutti gli altri casi l’errore è nascosto e non lo vediamo. È un errore casuale incontrollabile ex ante. Kahneman nel suo libro “Rumore”, che si occupa degli umani, suggerisce procedure di “igiene decisionale” che riducono gli errori. “Lavati le mani prima di prendere decisioni”. Procedure analoghe, a mio avviso, devono essere poste in essere quando a prendere decisioni è l’Ai».

