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	<title>Sostenibilità: dalla teoria alla pratica Archives - Future Investments</title>
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		<title>Italconcia, creare pelli sostenibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Zini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2023 13:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità: dalla teoria alla pratica]]></category>
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Magazine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Italconcia 1973 è un’azienda conciaria di Castelfranco di Sotto (Pi) che ha deciso di affrontare una sfida diventata oramai imprescindibile: la lotta al cambiamento climatico</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><b>Italconcia 1973</b> è un’azienda conciaria di Castelfranco di Sotto (Pi) che ha deciso di affrontare una sfida diventata oramai imprescindibile: la lotta al cambiamento climatico. Fondi&amp;Sicav ne ha discusso con <b>Andrea Martini,</b> general manager della società.</h2>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>Come è cambiato negli anni il vostro modello di business?</b></p>
<p>«Siamo nati come impresa di famiglia fortemente specializzata nella lavorazione della pelle di vitello. Negli ultimi anni ci siamo concentrati su nuovi progetti legati alla trasformazione sostenibile. È un passaggio fondamentale, necessario per adeguarci alle necessità dei nostri clienti in termini di sostenibilità e riciclo degli scarti di produzione. Abbiamo infatti messo a punto un processo di concia vegetale che ha dato origine a BioBasedLeather® (Bbl), un pellame costituito per il 97% da materia organica proveniente da fonti rinnovabili, e il progetto BeFuture, che consente di offrire un servizio di ritiro e trasformazione in biofertilizzante dei ritagli».</p>
<p><b>Che cos’è la concia vegetale?</b></p>
<p>«Le tematiche legate alla sostenibilità hanno fatto emergere in modo determinante l’attenzione verso prodotti a basso impatto ambientale. La ricerca di nuovi materiali è diventata una sfida per i player del mercato del lusso e della moda in generale, che sono sempre più oggetto di pressione da parte dei consumatori per diminuire l’impatto inquinante del settore. Per quanto riguarda, invece, il mercato, c‘è stato, o meglio, è in essere, un processo di standardizzazione qualitativa dei processi. La necessità di adeguamento alle norme previste dal Green Deal Europeo 2040 ha attivato nelle aziende un maggiore controllo dei reflui e attenzione al risparmio di acqua, all’uso di energie rinnovabili e all’eliminazione di sostanze derivanti dal petrolio. Per noi è stata una grande sfida: siamo una piccola realtà, ma la consapevolezza di dovere modificare le nostre modalità di concia, scegliendo di utilizzare i tannini, elementi già presenti in natura, ha guidato i nostri passi».</p>
<p><b>Come vi siete mossi?</b></p>
<p>«Abbiamo sperimentato per tre anni ricette differenti, coadiuvati da diversi istituti di ricerca indipendenti, sino ad arrivare sul mercato con il nuovo prodotto: BioBasedLeather® (Bbl). È un progetto che si spinge oltre i requisiti di biocompatibilità. Il processo di concia è infatti caratterizzato dall’assenza di sostanze altamente pericolose Crm (cancerogene/retrotossiche/mutagene). L’intero ciclo di vita del nostro prodotto (from-cradle-to-grave) è carbon neutral: il processo produttivo utilizza unicamente energia proveniente da fonti rinnovabili. Il carbon footprint è minimizzato grazie alla tracciabilità e alla forte governance della supply chain».</p>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>Quanto è importante la governance della filiera?</b></p>
<p>«La filiera produttiva è per noi un elemento fondamentale: abbiamo bisogno di avere accanto fornitori certificati di materie prime, dai tannini per la concia ai fornitori stessi delle pelli, che devono essere tutti collegati ad allevamenti presenti in Europa, in particolare in Italia, Francia, Olanda e Irlanda. Con il Bbl abbiamo ulteriormente accorciato la filiera, perché la scelta è stata di selezionare principalmente il macello italiano e, per usare un termine conosciuto, possiamo dichiararci a chilometro zero. Quando si parla di tracciabilità, serve una responsabilità condivisa, che garantisca il prodotto finito e che rafforzi l’idea originaria della nostra azienda di produrre qualità. Dobbiamo avere partner che fanno attenzione ai consumi di acqua, che usano energie rinnovabili, che abbassano le emissioni di CO2. Solo con un’attenzione di filiera, il progetto prende davvero vita e valore. Sono gli attori di questo processo che sono deputati al controllo. Noi certifichiamo che i pellami arrivino da geografie gradite ai clienti, che i fornitori garantiscano la filiera richiesta dalla certificazione Leather Working Group (Lwg) e che i loro consumi di acqua ed energia rispettino le regole che abbiamo dato al progetto».</p>
<h2><a href="https://www.fondiesicav.it/wp-content/uploads/2023/04/153.pdf">continua a leggere </a></h2>
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		<title>Consapevolezza  e responsabilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2023 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità: dalla teoria alla pratica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tommaso Aiello, partner e ceo di The Good Idea, prima B Corp del suo settore in Italia, si racconta a Fondi&#038;Sicav </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>a cura di Pinuccia Parini</b></p>
<p><b>Tommaso Aiello</b>, partner e ceo di <b>The Good Idea</b>, prima B Corp del suo settore in Italia, racconta a Fondi&amp;Sicav il processo di trasformazione del modello di business di un’azienda leader nel corporate merchandising, che ha deciso di investire nell’innovazione e in nuovi modi di realizzare le idee.</p>
<p><b>Che cosa fa The Good Idea?</b></p>
<p>«Siamo una società B Corp che produce merchandising corporate e promozionale per multinazionali, grandi aziende e private label a supporto di attività di marketing e comunicazione. In The Good Idea concepiamo, sviluppiamo e realizziamo i gadget che una società vuole abbinare alla vendita di un prodotto, ma anche oggetti brandizzati di ogni tipo, tra i quali prodotti private label. Siamo specializzati nel design, nello sviluppo creativo, nella produzione e nella logistica di questi oggetti. La nostra struttura, organizzata in team, ci consente di ottenere elevati standard qualitativi, offrendo ai nostri clienti un servizio rapido e flessibile in tutto il mondo. All’interno di The Good Idea lavorano professionisti con più di 20 anni di esperienza internazionale che ogni giorno si impegnano per rendere la nostra filiera e i nostri progetti sempre più sostenibili».</p>
<p><b>Come si coniuga l’attività di merchandising con la sostenibilità?</b></p>
<p>«Il nostro business, per sua connotazione, è poco sostenibile, perché si occupa della produzione di una vasta quantità di oggetti la cui durata, nel tempo, può essere molto limitata. Proprio perché consapevoli di questo nostro limite, abbiamo iniziato una ricerca su vasta scala di materiali che ridimensionassero, anche sensibilmente, l’impatto ambientale dei prodotti realizzati. L’esigenza di muoverci in questa direzione è nata anni fa, quando ancora la sostenibilità non era un concetto così condiviso. È emersa da un lato da una nostra consapevolezza del problema, dall’altro dall’ispirazione che abbiamo ricevuto da parte di alcuni dei nostri clienti a muoverci in questa direzione. Abbiamo così sviluppato un nuovo percorso che ci ha portati a formulare alcune proposte di merchandising con prodotti meno impattanti, grazie a un approfondito studio sui materiali e i luoghi di produzione. Ne è conseguita anche un’operazione di sensibilizzazione sul tema presso tutte le aziende con le quali lavoriamo».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>Può fare degli esempi?</b></p>
<p>«Le posso citare alcuni esempi, che possono aiutare a comprendere meglio il nostro sforzo di innovazione. Tra i nostri materiali sostenibili, c’è Jacroki, che è un brevetto al 100% italiano. Si tratta di un foglio flessibile in fibre naturali e carta riciclata, che si pone come alternativa ai materiali più comuni come il poliestere. Il Seaqual, invece, è un tipo di materiale proveniente dal riciclo della plastica raccolta dal fondo del mare, che viene pescata dalle reti di più di 400 barche di pescatori e portata a riva ogni giorno. I rifiuti vengono quindi classificati e categorizzati in modo che ogni materiale venga indirizzato verso la giusta catena di riciclaggio, dove la plastica Pet viene trasformata prima in “fiocchi” e successivamente in polimeri, ottenendo un filato che viene unito al cotone riciclato dando vita a tessuti sostenibili di alta qualità. Utilizziamo anche cuoio rigenerato, cioè materiale riciclato ed ecosostenibile contenente fibre di cuoio al 100% riciclate dagli scarti di lavorazione del cuoio con l’aggiunta di collanti naturali. Per citare un ultimo esempio, c’è il Green Pe, o polietilene verde, che mantiene le proprietà, le prestazioni e la versatilità del polietilene di origine fossile, ma cattura CO2 durante la sua produzione, anziché immetterne in atmosfera. Le sue origini al 100% vegetali permettono, infatti, durante il ciclo di vita dalla materia di origine al prodotto finito, di ridurre le emissioni nocive di gas serra. Rispetto al polietilene tradizionale, la differenza principale è che l’etanolo utilizzato per Green Pe non viene prodotto dalla lavorazione del petrolio greggio, ma derivato dalla lavorazione della canna da zucchero. Ogni tonnellata di Green Pe prodotta determina pertanto una riduzione di emissioni di CO2 sino a 3,09 tonnellate, contribuendo alla riduzione delle emissioni di gas climalteranti (gas serra). Il Green Pe viene riciclato con un processo industriale analogo al polietilene tradizionale, risultando quindi riciclabile al 100%».</p>
<p><b>L’innovazione è legata solo ai materiali utilizzati?</b></p>
<p>«Non solo, perché la sostenibilità passa anche attraverso il pensiero dietro al design dell’oggetto che viene realizzato: è cruciale lo sforzo creativo dietro ognuno di essi per realizzare prodotti che possano essere il più possibile longevi».</p>
<p><b>Vi occupate anche della produzione del merchandising?</b></p>
<p>«Non internamente. Agiamo da trading company e, in quanto tale, cerchiamo di identificare realtà produttive, anche all’estero, che possono diventare nostri partner cui appaltare la realizzazione del prodotto. Esse devono soddisfare i nostri standard di qualità che sono elevati, a partire dal controllo della qualità dei prodotti che viene effettuato dalla Sgs, ente certificatore e di ispezione leader nel mondo. La nostra struttura di approvvigionamento è flessibile e vi partecipano fornitori in Europa, Asia e Medio Oriente. Per questa ragione, ci assicuriamo che le condizioni di lavoro, così come le modalità di produzione, rispettino determinati criteri e che l’impatto sul territorio sia monitorato. A tale proposito, abbiamo ottenuto la certificazione Sedex, con la quale si assume l’impegno di lavorare con fabbriche che rispettino i massimi standard etici. Come parte del nostro impegno per una filiera a emissioni zero, collaboriamo con aziende di trasporto che compensano le loro emissioni o che impiegano veicoli elettrici. Abbiamo partnership internazionali con corrieri e spedizionieri e privilegiamo i trasporti via terra o mare rispetto alla via aerea».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>La sostenibilità permea quindi tutto il vostro modello di business. È corretto?</b></p>
<p>«La sostenibilità è trasversale e tocca tutti gli ambiti del fare impresa e il percorso, che ci ha portato a diventare una Società benefit prima e B Corp poi, ha formalizzato il nostro impegno nel generare valore oltre il profitto e, di conseguenza, beneficio comune. Siamo partiti dall’utilizzo di materiali innovativi per realizzare soluzioni che fossero di minore impatto ambientale, ma abbiamo poi volto la nostra attenzione anche agli aspetti di carattere sociale. Ad esempio, sosteniamo con grande impegno la Fondazione Operation Smile Italia Ets con la quale siamo stati di recente in missione in Guatemala».</p>
<p><b>La decisione di diventare una Società Benefit e oggi B Corp va quindi collocata all’interno del nuovo percorso che avete deciso di intraprendere?</b></p>
<p>«Direi di sì, soprattutto perché ci siamo resi conto di avere già tutti i requisiti per diventarlo. Il periodo della pandemia è stato un momento di riflessione, durante il quale si è assistito a diversi cambiamenti, e il tema della sostenibilità è emerso con grande forza. Diventare una società Benefit ha significato compiere un passo importante perché, il farlo è stato un’assunzione di responsabilità nell’abbracciare un’evoluzione del concetto di fare impresa. Vuole dire, in altre parole, avere standard elevati di trasparenza, considerare gli interessi degli stakeholder e rispettare l’ambiente nello svolgimento delle proprie attività, promuovendo modelli di produzione e di consumo responsabili».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>Che cosa ha comportato per voi questo ulteriore passaggio?</b></p>
<p>«Siamo la prima B Corp di merchandising in Italia (la numero 411 in tutta Italia), un impegno non da poco visti i requisiti necessari ad ottenere questa importante certificazione internazionale. La certificazione B Corp, infatti, identifica le aziende che, nello svolgimento delle loro attività e nel perseguimento dei propri obiettivi di business, rispondono a standard più elevati di tutela ambientale e sociale. In altre parole, non solo c’è un impegno a rispettare determinati parametri, ma anche una misurazione delle performance ambientali e sociali realizzate. Riteniamo che la decisione presa sia stata anche un passo necessario, pensando alle evoluzioni future della nostra attività».</p>
<p><b>Avete sostanzialmente cambiato la vostra value proposition. Come hanno reagito i vostri clienti?</b></p>
<p>«Alcuni di loro sono stati, e continuano a essere, un vero e proprio stimolo nell’affrancarci al percorso che abbiamo deciso di intraprendere. Con altri, invece, è necessaria un’attività di edutainment, diffondendo cultura della sostenibilità per fare comprendere che è un investimento, e come tale comporta dei costi».</p>
<p><b>Dalla vostra esperienza è nata anche una società di consulenza, Rebrain, che opera nell’ambito della sostenibilità. Di che cosa si tratta?</b></p>
<p>«Rebrain è nata dalla volontà di accompagnare, tanto The Good Idea, quanto altre imprese in un percorso volto alla sostenibilità ambientale e sociale. Rebrain si occupa di consulenza strategica, risorse umane e sustainability advisory. Le aziende cui ci rivolgiamo fanno parte del nostro network e di quello delle nostre società partner: abbiamo infatti dato vita a un circolo virtuoso tra imprese che condividono molti tratti in comune tra loro, tra i quali la visione e gli obiettivi da raggiungere. Ai nostri clienti proponiamo percorsi per trasformarsi in società benefit, che prevedono di integrare la responsabilità sociale nelle attività d’impresa, formalizzando in maniera trasparente gli impegni dell’azienda attraverso l’integrazione dello statuto, ma anche l’elezione di un responsabile di impatto e la redazione di un bilancio di sostenibilità annuale. Insieme a Lttu Associati (studio legale con pluriennale esperienza in materia di responsabilità degli enti), abbiamo sviluppato una metodologia proprietaria che si ispira al Modello organizzativo 231 e che prevede la creazione di procedure aziendali e la definizione di flussi informativi e processi a tutela e garanzia degli obiettivi di sostenibilità. C’è poi il percorso indirizzato all’ottenimento della certificazione internazionale B Corp che attesta l’impegno e il valore generato dall’azienda, misurando le performance di impatto negli ambiti Esg. Rebrain si occupa anche di strategia Csr, attraverso la quale viene fatta l’analisi dell’azienda, per identificare le aree di intervento e gli obiettivi utili. Quest’ultima può prevedere soluzioni strutturate, come la carbon neutrality o, dove possibile, la tracciabilità della filiera tramite tecnologia blockchain, ma anche molto agili come lo switch su server green o come l’utilizzo di una piattaforma che consente la prenotazione dei viaggi aziendali calcolando e neutralizzando le relative emissioni».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>Avete progetti specifici cui state lavorando?</b></p>
<p>«Ce ne sono diversi, dal tool di assessment ideato per individuare le risorse in azienda più orientate alla human &amp; business sustainability, a progetti volti all’engagement delle risorse umane e dei clienti di un’azienda. Ne abbiamo poi di proprietari, tra cui Progetto integro, che ha come finalità il reintegro nella società di persone che, per una serie di motivi, hanno vissuto per strada, in situazioni di forte disagio, emarginate: per costoro viene previsto un percorso di reinserimento nella comunità. Con Prameya Foundation abbiamo dato vita a Rebrain India che, in bilico tra sostenibilità ambientale e sociale, ci vede impegnati in progetti di scolarizzazione, piantumazione e raccolta di rifiuti plastici, punto di partenza di una catena virtuosa di fornitura, dalla raccolta al prodotto finale, interamente certificata Ocean Bound Plastic. Dopo anni in cui le aziende hanno fatto parlare di sé a causa di operazioni, spesso maldestre, di green washing, oggi servono progetti che parlino di sostenibilità in senso ampio, pieni di concretezza e valore».</p>
<h2><a href="https://www.fondiesicav.it/wp-content/uploads/2023/03/152.pdf"><span class="td_btn td_btn_md td_outlined_btn">leggi il numero 152</span> </a></h2>
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		<title>KMark, un’impronta sostenibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pinuccia Parini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Feb 2023 03:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità: dalla teoria alla pratica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>KMark è una holding di Roma che gestisce i patrimoni e le numerose attività di un gruppo di aziende controllate che operano nel settore dell’edilizia e non solo: Tekton, Legnotek, Logistik, Rilo, Doxa e Apeiron</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>a cura di Pinuccia Parini</b></p>
<h2><b>KMark</b> è una holding di Roma che gestisce i patrimoni e le numerose attività di un gruppo di aziende controllate che operano nel settore dell’edilizia e non solo: Tekton, Legnotek, Logistik, Rilo, Doxa e Apeiron.</h2>
<h2>Fondi&amp;Sicav ha incontrato <b>Luca Chinzari</b>, ceo e fondatore di KMark, per conoscere quella che è oggi una realtà innovativa, che, nel suo fare impresa, ha non solo abbracciato, ma fatto della sostenibilità una colonna portante.</h2>
<p><b>Come e perché è nata KMark? </b></p>
<p>«La KMark è il risultato di un percorso, ancora in divenire, legato alla mia storia. Sono nato in una famiglia di imprenditori, che operavano inizialmente nella ristorazione e sono successivamente passati a investire nel settore del legno. Iniziò tutto quando avevo nove anni: i miei mi portarono per la prima volta in azienda e da quel giorno è nata in me la consapevolezza dell’importanza dell’ambiente, che ha un impatto sul benessere delle persone e sulla sostenibilità.<span class="Apple-converted-space">  </span>Avvenne così che, dopo gli studi in ingegneria meccanica, a 21 anni iniziai a dare vita alla mia prima vera impresa legata alle attività edili, oltre che al legno. Ho così unito passione e imprenditorialità, in termini di gestione e organizzazione del lavoro, e sviluppato i valori con cui sono stato educato».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>Perché il legno?</b></p>
<p>«Il legno è, per sua natura, un materiale riciclabile e di cui nulla va sprecato. Non a caso, negli anni ho creato nuove realtà collegate alla KMark per la lavorazione del legno in diversi ambiti. Rispettivamente: la Logistik nel settore dei trasporti; la Tekton in quello edile; la Rilo per la<span class="Apple-converted-space">  </span>progettazione di soluzioni avanzate nel mondo delle costruzioni; l’Apeiron mirata allo sviluppo di nuove tecnologie informatiche; in ultimo, non per importanza, la Doxa dedicata al marketing e alla comunicazione».</p>
<p><b>Perché ha deciso di fondare queste realtà collegate?</b></p>
<p>«La mia scelta è stata indotta dal bisogno di essere nell’edilizia in modo del tutto nuovo: per una serie di aspetti, purtroppo, è ancora un segmento legato a un vecchio modo di fare impresa. La chiave di volta sta nel fornire veicoli di innovazione ed efficientamento energetico e, successivamente, una serie di servizi subordinati. Si tratta di trovare le modalità per sviluppare diverse attività nuove e sostenibili e di abbattere diverse frontiere culturali con una visione di cambiamento, mantenendo una costante attenzione al prodotto, al materiale e alle strutture da realizzare. Tutto ciò riporta al vero e proprio percorso di sostenibilità, mirato a non fermarsi alla mera costruzione di un edificio, a un suo restauro o alla sua riqualificazione, ma a tutta la filiera coinvolta. Siamo stati, nel nostro ambito, dei precursori».</p>
<p><b>Qual è stato il percorso a livello imprenditoriale?</b></p>
<p>«Siamo nati nel mondo del restauro e, credo, che questa sia stata la nostra fortuna. Infatti, nel 2012 decisi di acquistare un’azienda di restauro, sebbene, come accennavo, le nostre radici fossero nel settore del legno. è così che ho cominciato un nuovo percorso che mi ha visto impegnato a cambiare i meccanismi della ricostruzione, per fare sì che unissero al recupero del bello nuove modalità resilienti e a impatto contenuto sull’ambiente e sul luogo di lavoro.<span class="Apple-converted-space">  </span>Ad esempio, a Roma, abbiamo operato per diversi importanti recuperi: la Chiesa di Santa Maria degli Angeli a Piazza del Popolo, l’Obelisco Flaminio, il Tempio di Magna Mater ai Fori Imperiali e ampie parti del Quirinale (Cappella Paolina, Sala Gialla, Coffe House, etc). Queste operazioni ci hanno dato la visibilità che ci ha consentito di<span class="Apple-converted-space">  </span>dimostrare le innovative modalità di recupero e riqualificazione di edifici vecchi e antichi».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>Qual è stata la vostra arma vincente?</b></p>
<p>«Personalmente credo che abbiamo acquisito un surplus importante: il bagaglio culturale e imprenditoriale che derivano dall’esperienza ambientale maturata nel settore del legno. La consapevolezza del recupero di edifici storici e l’arte del riuso e del restauro monumentale ci hanno dato una specifica connotazione per l’utilizzo di materiali riciclabili, naturali, ma soprattutto per la modalità di analisi e gestione di ogni singolo cantiere che affrontiamo; l’attenzione al dettaglio per noi è fondamentale, come l’impatto urbano e ambientale. Non più l’utilizzo di tecnologie classiche, ma strutture moderne».</p>
<p><b>Perché una scelta di campo così netta?</b></p>
<p>«Non nego che non è stato semplice, ma è stata proprio questa nostra scelta imprenditoriale che ci ha resi unici nel settore e ci permette di essere in continua evoluzione. Le scelte meno facili richiedono più tempo, ma il risultato è sicuramente migliore e unico: a ogni cantiere dedichiamo tanta ricerca per trovare le soluzioni più appropriate. Faccio un esempio: attualmente siamo impegnati nella costruzione di un palazzo a Milano con la Tekton, società general contractor di KMark, in qualità di appaltatore principale. Si tratta della riqualificazione di un edificio degli anni ’70, che si compone di otto piani su 43 metri di altezza, che verrà realizzata con una struttura portante in Xlam. Gestiremo il processo dalla fase di progettazione a quella di realizzazione, avvalendoci della collaborazione di diverse controparti esterne. Sarà la prima torre per uffici di questa altezza realizzata nel nostro paese con struttura in legno, abbattendo così le emissioni di CO2 nell’atmosfera: ciò ci permette di porci all’attenzione per la nostra capacità di innovazione e di gestire la sostenibilità. Il risultato finale sarà un involucro in vetro sfaccettato su una struttura in legno interamente visibile dall’esterno: un oggetto architettonico iconico e riconoscibile, unico nella sua filosofia geometrica e costruttiva».</p>
<p><b>Pensate di mutuare anche su altri progetti l’esperienza che state facendo con l’edificio di Milano?</b></p>
<p>«Certamente, l’idea è replicare questa esperienza anche in altre realtà legate al recupero di edifici esistenti o a costruzioni ex-novo. Lo stiamo già facendo a Roma, dove abbiamo in corso la ristrutturazione di una villa del ‘900 con il progetto di trasformarla in una serie di appartamenti di lusso. Questa ristrutturazione prevede la rivalorizzazione dell’immobile con il ritorno alle sue origini, sfruttando la demolizione delle superfetazioni per recuperare molti metri quadrati che ci permetteranno di realizzare, a fianco, un nuovo edificio. Quest’ultimo è la prima costruzione completamente in legno che verrà realizzata nel centro della capitale».</p>
<p><b>Siete sempre alla ricerca di sfide?</b></p>
<p>«Sono dell’idea che misurarci con progetti complessi e strutturati ci metta nella condizione di essere sempre attenti ai particolari e di applicarci con pazienza al progetto: così facendo, siamo riusciti a occupare una nicchia di mercato dove i grandi gruppi del settore non sono presenti per la specificità dei progetti. I nostri edifici hanno caratterizzazioni molto forti di sostenibilità, di recupero dell’ambiente, di valorizzazione dell’aspetto urbano, senza tralasciare il benessere dell’uomo che li vive e le tecnologie che oggi ci caratterizzano. Costruiamo<span class="Apple-converted-space">  </span>con certificazioni importanti, quali Leed, Well e Wiredscore. Ed è per questo motivo che in KMark ci sono società che operano in ambito tecnologico, come Rilo e Apeiron. La prima è una società di ingegneria caratterizzata da un forte credo nell’innovazione attraverso strumenti digitali; Apeiron, invece, si occupa di sviluppo informatico e digitale. Il messaggio è di non volere solo costruire edifici, ma puntare a fornire servizi al mondo dell’edilizia in modo trasversale, sino ad arrivare alla gestione immobiliare per rispondere alle esigenze del settore in modo integrato, resiliente e innovativo».</p>
<p><b>Perché avete deciso di essere una società benefit?</b></p>
<p>«La scelta di una società benefit è stata la logica conseguenza dei valori che hanno sempre guidato il nostro fare impresa. Crediamo che l’azienda debba servire a elevare la qualità della vita di tutti i suoi dipendenti, che sono coloro che ne rendono possibili i tratti distintivi. La filosofia che sottende alla società benefit è integrare gli obiettivi di profitto con lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sull’ambiente. Ciò si estende verso chi lavora con noi, trasmettendo sicurezza e fiducia ai nostri 150 dipendenti, ai nostri collaboratori e anche allo stesso mercato in cui operiamo. È stata una decisione presa per convinzione non per convenienza, che richiede obblighi e impegni importanti e, proprio per questa ragione, ci auguriamo che il nostro sforzo ci aiuti a differenziarci dal mercato classico».</p>
<h2><a href="https://www.fondiesicav.it/wp-content/uploads/2023/02/151.pdf"><span class="td_btn td_btn_md td_outlined_btn">leggi il numero 151</span> </a></h2>
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