Italconcia 1973 è un’azienda conciaria di Castelfranco di Sotto (Pi) che ha deciso di affrontare una sfida diventata oramai imprescindibile: la lotta al cambiamento climatico. Fondi&Sicav ne ha discusso con Andrea Martini, general manager della società.
Come è cambiato negli anni il vostro modello di business?
«Siamo nati come impresa di famiglia fortemente specializzata nella lavorazione della pelle di vitello. Negli ultimi anni ci siamo concentrati su nuovi progetti legati alla trasformazione sostenibile. È un passaggio fondamentale, necessario per adeguarci alle necessità dei nostri clienti in termini di sostenibilità e riciclo degli scarti di produzione. Abbiamo infatti messo a punto un processo di concia vegetale che ha dato origine a BioBasedLeather® (Bbl), un pellame costituito per il 97% da materia organica proveniente da fonti rinnovabili, e il progetto BeFuture, che consente di offrire un servizio di ritiro e trasformazione in biofertilizzante dei ritagli».
Che cos’è la concia vegetale?
«Le tematiche legate alla sostenibilità hanno fatto emergere in modo determinante l’attenzione verso prodotti a basso impatto ambientale. La ricerca di nuovi materiali è diventata una sfida per i player del mercato del lusso e della moda in generale, che sono sempre più oggetto di pressione da parte dei consumatori per diminuire l’impatto inquinante del settore. Per quanto riguarda, invece, il mercato, c‘è stato, o meglio, è in essere, un processo di standardizzazione qualitativa dei processi. La necessità di adeguamento alle norme previste dal Green Deal Europeo 2040 ha attivato nelle aziende un maggiore controllo dei reflui e attenzione al risparmio di acqua, all’uso di energie rinnovabili e all’eliminazione di sostanze derivanti dal petrolio. Per noi è stata una grande sfida: siamo una piccola realtà, ma la consapevolezza di dovere modificare le nostre modalità di concia, scegliendo di utilizzare i tannini, elementi già presenti in natura, ha guidato i nostri passi».
Come vi siete mossi?
«Abbiamo sperimentato per tre anni ricette differenti, coadiuvati da diversi istituti di ricerca indipendenti, sino ad arrivare sul mercato con il nuovo prodotto: BioBasedLeather® (Bbl). È un progetto che si spinge oltre i requisiti di biocompatibilità. Il processo di concia è infatti caratterizzato dall’assenza di sostanze altamente pericolose Crm (cancerogene/retrotossiche/mutagene). L’intero ciclo di vita del nostro prodotto (from-cradle-to-grave) è carbon neutral: il processo produttivo utilizza unicamente energia proveniente da fonti rinnovabili. Il carbon footprint è minimizzato grazie alla tracciabilità e alla forte governance della supply chain».
Quanto è importante la governance della filiera?
«La filiera produttiva è per noi un elemento fondamentale: abbiamo bisogno di avere accanto fornitori certificati di materie prime, dai tannini per la concia ai fornitori stessi delle pelli, che devono essere tutti collegati ad allevamenti presenti in Europa, in particolare in Italia, Francia, Olanda e Irlanda. Con il Bbl abbiamo ulteriormente accorciato la filiera, perché la scelta è stata di selezionare principalmente il macello italiano e, per usare un termine conosciuto, possiamo dichiararci a chilometro zero. Quando si parla di tracciabilità, serve una responsabilità condivisa, che garantisca il prodotto finito e che rafforzi l’idea originaria della nostra azienda di produrre qualità. Dobbiamo avere partner che fanno attenzione ai consumi di acqua, che usano energie rinnovabili, che abbassano le emissioni di CO2. Solo con un’attenzione di filiera, il progetto prende davvero vita e valore. Sono gli attori di questo processo che sono deputati al controllo. Noi certifichiamo che i pellami arrivino da geografie gradite ai clienti, che i fornitori garantiscano la filiera richiesta dalla certificazione Leather Working Group (Lwg) e che i loro consumi di acqua ed energia rispettino le regole che abbiamo dato al progetto».

