La Germania cresce più di quanto racconti la narrativa che vede il Paese in declino. Auto, immobiliare e difesa soffrono, mentre energia e data center trainano la borsa. Le riforme mancate della Francia pesano anche sulla Germania, che non può chiedere rigore dopo avere abbandonato l’austerità.

«Chiunque segua il dibattito pubblico sul tema dell’economia tedesca potrebbe facilmente concludere che la Germania sia tuttora impelagata in una fase di persistente debolezza. Le discussioni continuano a focalizzarsi sugli svantaggi strutturali del Paese: la sua deindustrializzazione, l’eccesso di burocrazia e la percezione di perdita di competitività. Molte sfide sono indubbiamente reali, ma al tempo stesso, queste analisi hanno contribuito a una narrativa che non è più allineata con gli ultimi dati economici. Degno di nota è anche il fatto che lo scorso luglio il governo federale ha varato un pacchetto di riforme mirate ad affrontare molti di questi problemi. Il prodotto interno lordo tedesco è cresciuto su base congiunturale dello 0,2% nel secondo quarto del 2026. Ciò fa seguito a un aumento dello 0,4% nel primo trimestre dell’anno. Per quanto riguarda il primo semestre nel suo complesso, l’aumento cumulato è stato +0,6%, un dato equivalente a circa +1,2% su base annualizzata».

La percezione del Paese
Queste parole di Stefan Hoops e Vincenza Vedda, rispettivamente chief executive officer e chief investment officer di Dws Investments, permettono di portare all’attenzione un fatto che potrebbe avere notevoli conseguenze sullo sviluppo dei mercati nel futuro prossimo: la percezione della Germania, e con essa inevitabilmente dell’intera Europa, che oggi sfiora la caricatura. Ormai quasi un decennio di sviluppo modesto, il crescente caos politico e l’oggettivo salto tecnologico della Cina in comparti in cui la Repubblica Federale ha sempre dominato hanno creato una serie di analisi incentrate sulla tesi di un declino strutturale che si basa, come riconosciuto dai due executive citati, su alcuni assunti reali, ma anche su oggettive esagerazioni.
Innanzitutto, il Paese rimane una potenza industriale spaventosa: non è che all’improvviso l’innegabile crisi di determinate industrie abbia trasformato la prima manifattura d’Europa in una specie di gigantesca Detroit a rischio sfacelo. A conferma di queste affermazioni, basta buttare un occhio alla composizione dietro il discreto quadro macro attuale. In aiuto su questo punto vengono le parole di Karsten Junius, chief economist di J. Safra Sarasin: «Pur essendo stata duramente colpita da un altro shock dei prezzi dell’energia e da un’elevata incertezza geopolitica, la Germania è riuscita a registrare una crescita dello 0,2% su base trimestrale e dello 0,9% su base annua nel secondo quarto, grazie al rafforzamento di esportazioni e consumi privati moderati, mentre la spesa per gli investimenti ha subito un calo. Il deprezzamento dell’euro può avere contribuito a questo risultato, così come lo stimolo fiscale, che continuerà a sostenere la crescita nei prossimi trimestri. Come di consueto in questo periodo dell’anno, l’ufficio statistico ha ricalcolato i dati dei trimestri precedenti. Ciò ha comportato, in particolare, una revisione al rialzo della crescita del Pil del 2024, da -0,5% a 0,0%».

 

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