Intervista a Natasha Ebtehadj, Gestore azionario globale di Columbia Threadneedle Investments

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Abbiamo assistito a numerosi episodi in cui la politica è intervenuta creando scompiglio e ribassi improvvisi sulle azioni cinesi. Credete che questo possa far vacillare la fiducia degli investitori esteri, preoccupati che questi non siano episodi isolati?
Natasha Ebtehadj

In passato la Cina ha lasciato i settori liberi di sperimentare nelle fasi iniziali al fine di alimentare la crescita, per poi regolamentare la loro attività di fronte alle prime difficoltà.

Adesso è il turno dei titoli tecnologici. Pechino desidera ancora che le aziende tecnologiche prosperino, ma vuole che lo facciano in modo tale da soddisfare i suoi obiettivi politici.

Arriviamo così all’impatto di mercato di questi provvedimenti, che inducono molti operatori a domandarsi se il nuovo regime non precluda di fatto gli investimenti in Cina.

Si potrebbe sostenere che è troppo presto per trarre una conclusione tanto drastica. Le recenti allusioni di alcuni esponenti del governo suggeriscono che l’impegno verso i principi basati sul mercato persisterà, con il divieto estremo di svolgere attività a scopo di lucro limitato probabilmente al solo settore dell’istruzione. Tuttavia, è ragionevole aspettarsi ripetuti interventi legislativi in altre aree, via via che i regolatori cercano di interpretare e attuare la nuova enfasi posta dal governo sull’autosufficienza tecnologica, la decarbonizzazione e la riduzione delle disuguaglianze sociali.

Ancora una volta, l’economia cinese continua a evolvere, e le imprese operanti nei settori sotto esame dovranno modificare i loro modelli di business. La maggior parte di esse riuscirà a guadare il fiume. Ma non è chiaro quale sarà il loro profilo di redditività nei prossimi tre-cinque anni. A fronte della significativa incertezza che pesa su oltre il 40% del mercato azionario della Cina, i multipli che gli investitori sono disposti a pagare per i titoli cinesi sono destinati a diminuire. Di conseguenza, abbiamo chiuso la nostra posizione in Tencent, dopo aver detenuto il titolo per molti anni.

Per quanto riguarda il settore energetico, la Cina è come un Giano bifronte: da un lato è leader mondiale nello sviluppo delle energie rinnovabili, avendo installato più del doppio della capacità (misurata in gigawatt, GW) rispetto al suo concorrente più prossimo nell’ultimo decennio in termini di energia sia solare che eolica; dall’altro, nello stesso periodo, ha registrato il maggior aumento di capacità di generazione dal carbone, quasi il quadruplo rispetto a quanto osservato in India. La Cina è un paese di grandi progressi e grandi opportunità, ma anche di grandi contraddizioni. Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, che è la seconda più grande economia del mondo e che permangono opportunità di crescita, anche al mutare del regime economico.

Alla luce degli ultimi accadimenti, quali sono le vostre scelte di asset allocation sul mercato azionario cinese e quali prospettive delineate nel medio termine?

Alcune delle nostre società in portafoglio, che sono quotate altrove, hanno una significativa esposizione alla Cina, e rimaniamo ottimisti sulle loro prospettive di crescita, specialmente laddove i ricavi sono allineati ai nuovi obiettivi politici.

Ad esempio, i piani di decarbonizzazione della Cina saranno probabilmente vantaggiosi per i produttori di veicoli elettrici.  E a sua volta per un fornitore come la nostra partecipata TE Connectivity, che genera un quinto dei propri ricavi nel paese. Analogamente, l’altra faccia della medaglia del divieto imposto dal governo sulle attività di doposcuola è stato l’annuncio di nuove politiche volte a promuovere una maggiore partecipazione alle attività sportive, che dovrebbe giovare a un’altra delle nostre posizioni, Adidas, per la quale la Cina rappresenta un quarto del fatturato.

Altre opportunità si presenteranno nel tempo, ma preferiamo aspettare che il quadro politico diventi più chiaro.