A cura di Alessandro Fugnoli, Strategist, Kairos Partners SGR
Il mondo sta cambiando velocemente e i cambiamenti sono destinati ad accelerare ulteriormente nei prossimi mesi. Ci sono molte incognite, ma ci sono anche punti abbastanza chiari da permettere di costruire una strategia di investimento.
La prima questione da verificare è quanta liquidità tenere in una fase storica così fluida. Considerando la volatilità elevata che si profila all’orizzonte e il fatto che la liquidità, nonostante i ribassi dei tassi di policy, è ancora remunerata in modo da coprire l’inflazione, conviene tenerne in portafoglio una quota più alta del solito.
Non conviene molto, invece, tenere obbligazioni lunghe in qualsiasi valuta. L’inflazione ha smesso di scendere e non è più la priorità esclusiva per le banche centrali. L’inflazione core, negli Stati Uniti, è sopra il 3 per cento da 45 mesi e la Fed non mostra segnali di preoccupazione.
Lo scorso settembre, al contrario, è bastato un piccolo e temporaneo indebolimento del mercato del lavoro per indurre la Fed a tagliare i tassi di 50 punti base. Oggi, in base agli ultimi dati, c’è una riaccelerazione dell’inflazione. Ma la Fed non mostra nessuna intenzione di reagirvi.
C’è dunque un’asimmetria evidente, con un orientamento implicito per la crescita economica. Questo piace alle Borse, ma piace meno ai bond lunghi. Mantenere una componente di titoli indicizzati all’inflazione e una duration limitata all’interno della parte obbligazionaria sembra dunque una scelta prudente anche per il prossimo periodo.
Molta attenzione va riservata alle scelte valutarie. Veniamo, in questo comparto, da anni di bassa volatilità e di dollaro forte. Il dollaro è però sopravvalutato e potrebbe avere ancora senso tenerlo, anche senza coprirlo, solo se si pensasse a una performance particolarmente brillante della borsa americana.
Considerando però che Wall Street ha raggiunto livelli elevati e che ci sono altre borse che potrebbero fare meglio, mantenere dollari mentre l’amministrazione americana ha tra i suoi obiettivi una svalutazione è rischioso. Se dunque il dollaro avrà un’ultima fiammata nelle prossime settimane quando verranno introdotti i dazi di reciprocità, si presenterà un’occasione per venderlo e acquistare al suo posto yen o renminbi.
Tra gli strumenti che l’amministrazione Trump potrebbe utilizzare per indebolire il dollaro figura il nuovo fondo sovrano degli Stati Uniti. Circolano molte ipotesi sull’utilizzo di questo fondo. Una di queste è che vi venga immesso l’oro di Fort Knox, che verrebbe usato come garanzia per contrarre prestiti in dollari. Questi dollari verrebbero poi impiegati nell’acquisto di valute estere, con lo scopo di rafforzarle nei confronti del dollaro.
Un’altra ipotesi allo studio sembra essere quella di vendere tout court le riserve auree americane, ricavando, ai prezzi attuali, un trilione circa. Non sarebbe certo la soluzione per il debito di 37 trilioni accumulato dagli Stati Uniti. Ma manderebbe un messaggio sulla volontà politica di muoversi nella direzione di un contenimento del debito.
Ovviamente la vendita avrebbe effetti negativi sul prezzo dell’oro. A parte questa ipotesi, i fondamentali dell’oro rimangono positivi, soprattutto se si considera il numero di banche centrali che lo stanno comprando.
L’azionario ha dalla sua una crescita degli utili nel complesso molto buona e una crescita dell’economia globale che verrà stimolata dalle politiche di reindustrializzazione negli Stati Uniti e dalle politiche fiscali e monetarie espansive in quasi tutto il resto del mondo.
Quest’anno i soldi non usciranno dalle Borse, ma continuerà il processo di rotazione dall’America verso l’Europa e la Cina. Occorrerà naturalmente fare attenzione ai settori che saranno colpiti dai dazi americani, che arriveranno in varie fasi e che in aprile vedranno l’introduzione di tariffe verso quasi tutti i paesi. Proprio per compensare gli effetti negativi dei dazi, tuttavia, i tassi verranno abbassati ulteriormente, in particolare in Europa.
La rotazione sarà evidente anche nella tecnologia, dove si continuerà a cercare un’esposizione alle imprese non americane impegnate nell’intelligenza artificiale a uso civile e militare. Qui sarà la Cina, più dell’Europa ad attrarre capitali.
La Cina è in questo momento molto interessante. Il gelo tra Occidente e Cina va sciogliendosi. Non terminerà la rivalità strategica con l’America. Ma almeno per qualche mese ci saranno tentativi di dialogo che potrebbero portare risultati tangibili. Ricordiamo che la Borsa cinese è sottorappresentata negli indici azionari e nei portafogli internazionali. Le sue valutazioni sono tra le più basse e il renminbi dovrà presto rivalutare se il dialogo con l’America andrà avanti.
In questo clima di riarmo europeo e di politiche espansive in Asia, le materie prime hanno ripreso a salire dopo una lunga fase laterale. La produzione industriale globale sta tornando a crescere. E l’offerta di materie prime è limitata dagli scarsi investimenti in nuove miniere negli ultimi anni. Per il petrolio il discorso potrebbe essere diverso.
Qui non c’è scarsità, ma ci sono sanzioni e limitazioni volontarie alla produzione da parte dei paesi Opec e autolimitazioni per ragioni ambientali in Canada. Adesso, con Trump, anche il petrolio e il gas naturale entreranno nelle trattative globali con l’obiettivo, da parte americana, di garantire un prezzo stabile o più basso.
Come si vede, quella che va aprendosi è una fase nuova e interessante per molti asset reali e finanziari. Nelle tre grandi regioni del mondo sono in corso processi di riforma, reindustrializzazione in America, deregulation e investimenti pubblici in Europa, rilancio dei consumi e centralità della tecnologia in Cina.
Le relazioni internazionali, dal canto loro, sono in una fase di ritrovata disponibilità al dialogo. Con le dovute attenzioni, è un momento favorevole per gli investimenti.

