Intervista a Altaf Kassam, EMEA Head of Investment Strategy & Research, State Street Global Advisors

Abbiamo assistito a numerosi episodi in cui la politica è intervenuta creando scompiglio e ribassi improvvisi sulle azioni cinesi. Credete che questo possa far vacillare la fiducia degli investitori esteri, preoccupati che questi non siano episodi isolati?
Ora più che mai, la Cina sta seguendo un percorso economico, politico e finanziario diverso dal resto delle grandi economie sviluppate. Se da un lato la ricerca della “prosperità comune” non dovrebbe essere vista come un ritorno al comunismo, dall’altro non si tratta nemmeno di una serie di episodi isolati.

Questo approccio sistematico non dovrebbe però scoraggiare gli investitori stranieri, dato che il range di opportunità di investimento offerto dalla Cina è ancora molto ricco, oltre all’elevato tasso di crescita, all’ampio mercato interno e alla continua innovazione del Paese.
Ma il percorso per cogliere queste opportunità sarà accidentato e i ritorni per gli investimenti non saranno uniformi, dal momento che i policymaker cinesi cercano di riequilibrare la natura della crescita economica verso forze di qualità superiore e meno orientate all’esportazione. E di evitare (quantomeno) la percezione che il costo del progresso economico cinese sia sostenuto in modo sproporzionato dal cittadino cinese medio, cercando piuttosto di dirottare una parte maggiore di questi costi verso le imprese locali orientate alla massimizzazione del profitto e i loro manager.
Alla luce degli ultimi accadimenti, quali sono le vostre scelte di asset allocation sul mercato azionario cinese e quali prospettive delineate nel medio termine?
Crediamo che l’aggiunta di un’esposizione dedicata alla Cina in un portafoglio incentrato sui mercati emergenti richieda particolare attenzione per diversi motivi.
Innanzitutto investire in Cina implica la necessità di conoscere e di scegliere tra i suoi diversi mercati, vale a dire quelli onshore delle A-share e quelli offshore delle H-share. In termini di composizione dell’indice, in generale, le A-share tendono a offrire agli investitori un maggiore accesso ai temi del consumo interno, e le azioni cinesi offrono una correlazione relativamente bassa dei rendimenti con altre aree dell’azionario globale, fattore che si traduce in significativi vantaggi di diversificazione.
Un altro motivo per cui vale la pena focalizzarsi sulla Cina è la sua crescente importanza nel benchmark MSCI EM. Le azioni cinesi avranno un peso sempre maggiore nell’indice MSCI EM (circa il 35% a partire da luglio 2021 e fino al 45% entro il 2023, qualora tutte le A-share cinesi vengano incluse nell’indice).
Il mercato delle A-share può anche essere un terreno particolarmente fertile per gli investimenti attivi, per via della sua base di investitori relativamente omogenea. La maggior parte dei titoli azionari è ancora nelle mani degli investitori retail, fattore che dovrebbe anche portare a una minore efficienza del mercato, che a sua volta potrebbe creare maggiori opportunità di generazione di alpha per i gestori attivi.
Date le differenze nel panorama di opportunità del mercato azionario cinese, gli investitori si trovano di fronte a molte opzioni e crediamo che debbano seriamente prendere in considerazione la possibilità di allocare il capitale in una strategia che coinvolga la Cina in maniera più ampia. Preferiamo un approccio ampio e attivo alla Cina, che consenta al gestore la flessibilità necessaria per un’allocation dinamica tra settori, aree di capitalizzazione e titoli man mano che i nuovi temi di investimento emergono e quelli vecchi scompaiono.

