a cura di Pinuccia Parini
Intervista a Tommaso Tassi, Country Head Italia Columbia Threadneedle Investments
Voi parlate di una guerra invisibile tra Usa e Cina. Che cosa intendete?
“Ci sono tante guerre in corso che sono visibili, sotto gli occhi di tutti. Ve ne sono altre, invece, che possono essere definite tali e che hanno come terreno di scontro l’ambito finanziario, con delle ricadute sulla quotidianità del vivere. Nello specifico, faccio riferimento al conflitto in corso tra Usa e Cina, che riguarda la supremazia in campo tecnologico, un settore importante che fa da traino allo sviluppo, il cui cuore pulsante è il segmento dei semiconduttori: chi ne detiene le redini del controllo avrà un significante vantaggio competitivo. Lo scontro tra le due superpotenze si sta articolando con diverse modalità, tra cui l’introduzione di sanzioni e limitazioni all’esportazione di determinati beni, come recentemente avvenuto da parte americana nei confronti della Cina. L’obiettivo è quello di non avvantaggiare il paese concorrente, che sta cercando di alimentare la propria crescita, attraverso lo sviluppo e l’utilizzo di nuove tecnologie, e preservare quindi la leadership che gli Usa hanno in tutto ciò che riguarda il design, il software e i macchinari necessari per la realizzazione dei chip”.
Il riferimento che lei fa è, nello specifico, il “Chips Act”. Non ritiene che sia uno strumento che, politicamente, gli Usa stanno utilizzando anche per far pressione ai paesi loro vicini?
“Direi che gli Stati Uniti stanno adottando una serie di misure, formali e informali, per cercare di non avvantaggiare la Cina che, come abbiamo visto negli anni, ha una capacità di produzione imbattibile, ma soffre ancora di un gap per quanto riguarda alcune fasi della produzione di semiconduttori, diventati più che mai indispensabili in molteplici ambiti. Forse, con questo tipo di politica, si può affermare che gli Usa abbiano ridotto la velocità di crescita e di sviluppo del mercato cinese, cercando di rallentarne il processo di innovazione”.
Tale politica ha delle ricadute negative per le società tecnologiche americane?
“Da un lato, le aziende in questione rischiano di vedere ridimensionate le potenzialità di espandersi in un mercato in crescita quale quello cinese, dall’altro, però, possono godere di una serie di incentivi concessi loro dal governo per aumentare la produzione sul suolo americano”.
Come tradurrebbe queste sue considerazioni in termini di politiche d’investimento?
“Columbia Threadneedle cerca di identificare, nel settore, tematiche di lungo periodo, in particolare nella tecnologia di base, dove i semiconduttori sono un pilastro portante all’interno dei nostri portafogli, con un sovrappeso già a partire dal 2013. Abbiamo un team di gestori e analisti basato nella Silicon Valley e che, di conseguenza, ha un punto di vista privilegiato delle innovazioni e dei trend in campo tecnologico. Investiamo non solo nelle foundry, ma anche nelle aziende, tendenzialmente americane, che hanno il know how per la produzione di chip lungo tutto il processo di produzione. Il software di sicurezza è un’altra area su cui siamo positivi. Sempre più aziende spostano il loro carico di lavoro nel cloud e i dipendenti adottano sempre più spesso una postazione di lavoro remoto ibrida. Pertanto la spesa in tale ambito la stimiamo in costante aumento.

