Intervista a Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers

La storia ci insegna che il prezzo dell’oro è ben correlato con l’aumento dell’inflazione. Tuttavia, fino a questo momento il metallo giallo non sembra aver tratto grande vantaggio dalla risalita dell’inflazione. L’oro sarà ancora in grado di tutelare il portafoglio dall’inflazione?

Esistono molti luoghi comuni sul comportamento dell’oro che non sono poi però suffragati dall’evidenza empirica.
Negli ultimi decenni l’oro non ha dimostrato particolare correlazione positiva con l’inflazione, a differenza di altre materie prime non preziose. Neppure l’aumento della volatilità in momenti di crisi sembra particolarmente favorevole, a meno che non duri a lungo.
Le variabili che guidano l’oro sono principalmente tre (nei fatti spesso correlate tra loro): i tassi reali (di cui l’inflazione è solo una delle due componenti, insieme ai tassi nominali), il dollaro e gli aggregati monetari. Uno scenario inflattivo potrebbe risultare favorevole solo se avessimo allo stesso tempo, come riteniamo possa essere il caso nel prossimo futuro, banche centrali in netto ritardo nel rialzare i tassi nominali e quindi tassi reali in caduta libera.
In tale scenario, nel caso della FED, assisteremmo anche a debolezza dollaro, quindi a maggior ragione a forza oro. D’altro canto, tuttavia, in un mondo finanziario dominato sempre più da algortitmi (ignoranti per definizione) e da “investitori” retail (con un simile livello di competenza e memoria storica) la direzione dei flussi conta più di tutto.
Ultimamente, l’attrazione verso ciò che vengono, erroneamente, definite come la nuova riserva di valore, le criptovalute, ha distolto i riflettori dal metallo giallo. A nostro parere, in ogni caso, a sostenere teoricamente l’oro dovrebbe essere, appunto, la ricerca di valore intrinseco inconfutabile (di cui l’oro, ma non solo, è uno dei maggiori rappresentanti) rispetto ai “pagherò di carta” promessi all’infinito da parte di Stati straindebitati, ormai sepolti da una montagna di debiti e intrappolati da tassi di interesse bassi.
Gli inflation linked bond hanno tratto beneficio da un contesto caratterizzato da tassi bassi e inflazione al rialzo. Alle attuali quotazioni credete che possano ancora offrire una tutela dall’aumento dei prezzi di beni e servizi?
I TIPS sono chiaramente favoriti da un rialzo dell’inflazione, per definizione. Il loro valore nominale aumenta al crescere dell’inflazione. Ma d’altra parte a causa delle lunghe scadenze di questo tipo di obbligazioni e delle loro cedole più basse presentano una duration generalmente superiore e dunque maggiore sensibilità ai tassi di interesse.
Quindi come per l’oro solo un rialzo duraturo dell’inflazione e tassi nominali bassi (o stabili) risulterà positivo per i detentori di TIPS.
A differenza dell’oro tuttavia queste sono obbligazioni statali, quindi una promessa di pagamento con nessun valore implicito sottostante. Una crisi di fiducia sulla sostenibilità del debito di chi ha emesso i TIPS causerebbe un forte rialzo dei tassi dunque un payoff negativo per gli stessi.

