Bert Flossbach, co-fondatore di Flossbach von Storch
I piani di bilancio di Donald Trump, la sua “Big Beautiful Bill”, hanno alimentato i timori di deficit di bilancio americani persistentemente elevati e di un debito pubblico in escalation.

Le recenti critiche di Donald Trump nei confronti del Presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, hanno ulteriormente minato la fiducia nel dollaro americano. Mettendo in discussione l’indipendenza della Fed, le sue dichiarazioni hanno contribuito a un calo di circa il 12% del dollaro contro l’euro dall’inizio dell’anno.
IL DOLLARO
È significativo notare come durante l’escalation del conflitto tra Israele e Iran e l’intervento degli Stati Uniti, il dollaro non sia riuscito a mantenere il suo tradizionale status di bene rifugio in tempi di crisi, nemmeno per un breve periodo.
La debolezza del dollaro ha causato non pochi problemi agli investitori dell’eurozona. Le azioni americane hanno recuperato i massimi di febbraio alla fine di giugno e per chi investe in euro ciò si è tradotto in una perdita di circa il 7% nella prima metà dell’anno.
Questa dinamica si riflette chiaramente anche nell’andamento del popolare indice MSCI World (composto per il 70% da titoli americani), che ha registrato un calo di oltre il 3% nel primo semestre. In controtendenza, l’oro ha beneficiato della minore fiducia nel dollaro, raggiungendo nuovi massimi storici di oltre 3.400 dollari nel corso del secondo trimestre.
I DAZI: CONSEGUENZE
È storicamente dimostrato che l’aumento dei dazi non è un motore di crescita. Questa nuova ondata non fa eccezione: le esportazioni dagli USA verso i paesi che hanno preso misure ritorsive sono diminuite fino al 33%.
Particolarmente dannoso è stato il fatto che il declino ha colpito i settori di esportazione più preziosi dell’America – come automobili e prodotti agricoli – anche se la legislazione era stata intesa per proteggere proprio quelle industrie.
Gli Stati Uniti hanno registrato un deficit commerciale di beni per decenni. E, nemmeno dazi più elevati riuscirebbero a cambiare significativamente questa tendenza. Allo stesso tempo, gli USA godono di un sostanziale surplus nella bilancia dei servizi, trainato principalmente dalle grandi aziende tecnologiche del paese.
L’UE potrebbe usare un argomento simile a quello di Trump per imporre dazi sui servizi americani a fronte di tali surplus. Tuttavia, una mossa del genere verrebbe quasi certamente vista da Trump come una provocazione, scatenando probabilmente ulteriori misure ritorsive.
L’impatto complessivo del conflitto tariffario sulla crescita degli USA e sull’economia globale rimane incerto. Specialmente perché non è ancora chiaro quali dazi verranno imposti su quali prodotti provenienti da quali paesi. Nella maggior parte dei casi, è probabile che l’aliquota base rimanga al 10%.
Tuttavia, i paesi meno favoriti da Trump potrebbero affrontare dazi più elevati. Lo stesso principio si applica a settori specifici, come quello dell’acciaio o dell’automotive, che Trump intende proteggere a livello nazionale e penalizzare all’estero. È quasi certo che Trump continuerà a utilizzare i dazi come strumento per mettere sotto pressione, a seconda delle circostanze (o del suo umore).
QUALE L’IMPATTO SUI MERCATI FINANZIARI?
La rapida ripresa dei mercati finanziari ha dimostrato che la politica tariffaria americana non è più la principale preoccupazione per gli investitori. Questo è particolarmente vero per il mercato azionario americano, dove un ristretto gruppo di grandi aziende tecnologiche detta il ritmo e guida la performance degli indici.
Per queste aziende, la traiettoria degli affari e i piani di investimento sono solo marginalmente influenzati dalla politica commerciale americana, a patto che l’UE non imponga dazi di ritorsione sui servizi. Anzi, la trasformazione digitale guidata dall’IA e le opportunità che ne derivano stanno chiaramente diventando il fulcro dell’attenzione.
Ciò si riflette anche nelle previsioni sugli utili per le aziende americane, con tassi di crescita superiori al 12% attesi sia per quest’anno sia per il prossimo.
LE AZIENDE TECNOLOGICHE
Le aspettative sono particolarmente alte per le grandi aziende tecnologiche, specialmente per i sei colossi: Nvidia, Microsoft, Amazon, Meta, Broadcom e Alphabet. Gli analisti prevedono che i loro profitti aumenteranno del 26% quest’anno e di quasi il 17% nel 2026.
In termini assoluti, ciò si tradurrebbe in un profitto di quasi 600 miliardi di dollari il prossimo anno, ovvero il 50% in più rispetto al 2024. Questo significa una media di 100 miliardi di dollari per ciascuna delle sei aziende. Di conseguenza, la quota di profitto di queste sei aziende nell’indice azionario S&P 500 americano passerebbe da poco meno del 9% nel 2019 a oltre il 22%.
Nvidia si conferma il principale motore di crescita, con un incremento dei profitti previsto di ben 66 miliardi di dollari tra il 2025 e il 2026, raggiungendo i 139 miliardi di dollari. Questa cifra, che rappresenta il 12% della crescita complessiva stimata per il mercato azionario, sottolinea quanto le prospettive di quest’ultimo siano legate a un’unica azienda e all’intero ecosistema della trasformazione digitale.
La maggior parte delle attuali aziende tecnologiche opera con modelli di business solidi e redditizi. La forza trainante dietro questa eccezionale crescita è la trasformazione digitale, che, grazie all’avanzamento dell’IA, sta progredendo più rapidamente e in modo più pervasivo di quanto ci si aspettasse solo pochi anni fa.
Questo sviluppo non impatta solo le nostre vite private e il settore aziendale. Ma anche lo Stato, che deve assicurare la propria sovranità digitale per preservare l’autonomia politica e la stabilità economica. Aziende e governi sono chiamati a potenziare simultaneamente le loro capacità offensive e difensive, investendo in nuove aree di business, efficienza operativa e cybersicurezza vitale.

