Un nuovo ordine mondiale in arrivo. “The Power of Perspective” è il titolo che Wellington Management ha dato all’incontro con gli investitori tenutosi lo scorso 14 ottobre

ciclo economico

E il “potere della prospettiva”, traduzione che forse non rende in modo adeguato l’espressione inglese – come del resto ha ricordato Erich Stock, country head per l’Italia di Wellington Management, all’apertura dei lavori – racchiude in sé la complessità di leggere e interpretare la fase che si sta attraversando, che contiene i prodromi di un cambiamento.

LA FINE DI UN CICLO

Perché, come ha spiegato Thomas Mucha, geopolitical strategist dell’asset manager americano, “come la macroeconomia, anche la geopolitica segue dei cicli, ma molto più lunghi: tra gli 80 e i 100 anni. Conoscere i cicli è molto utile quando si deve decidere l’allocazione di un portafoglio”. Secondo lo strategist, oggi si è nell’82° anno di un ciclo geopolitico lungo e stabile che sta volgendo al termine e che, proprio in questa fase di transizione, è più frammentato e si appresta a entrare in un nuovo ordine attraverso guerre, scontri e maggiori tensioni. All’inizio dell’anno erano in corso 65 conflitti militari attivi, il doppio rispetto a cinque anni fa e il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Una persona su otto è esposta a un conflitto.

LE RELAZIONI USA-CINA

L’instabilità che si percepisce risponde dunque a un preciso schema storico e il principale motore della trasformazione è la relazione tra Stati Uniti e Cina: le due maggiori economie, le due principali potenze militari e i due attori più influenti a livello globale. Lo stato attuale delle relazioni tra le due superpotenze trova per il momento Mucha ottimista, soprattutto alla luce di come si è svolto il recente incontro tra Trump e Xi Jinping, dove si è parlato in particolare di terre rare e di sicurezza nazionale, e dell’impegno a organizzarne almeno un altro entro la fine dell’anno.

Washington e Pechino hanno riconosciuto di trovarsi di fronte a una competizione di lungo periodo e multidimensionale (geopolitica, economia, commercio, sfera militare) e stanno dialogando di più per allentare le tensioni. Esiste quindi una certa stabilità, ma si tratta di una competizione gestita, destinata a durare nel tempo, che dominerà lo scenario e avrà le maggiori conseguenze negli anni a venire. Inoltre, la “guerra fredda” tecnologica è destinata a intensificarsi.

CAMBIAMENTO CLIMATICO

“Il cambiamento climatico è un moltiplicatore di rischio”, secondo lo strategist, e non viene letto attraverso la lente Esg, politica o ambientale, ma come “un fattore che amplifica le pressioni sulla sicurezza nazionale”, cui si deve rispondere con l’adattamento climatico e la resilienza. Non è un caso che il Pentagono si prepari agli shock geopolitici di questo crescente “moltiplicatore di minacce” tenendo conto anche della previsione di “impatti catastrofici” nelle regioni equatoriali e tropicali, dove si concentrano molti focolai di crisi geopolitica. Detto ciò, Mucha ritiene che l’amministrazione attuale non abbia avuto alcun ruolo nel determinare i cambiamenti cui si sta assistendo, ma ne sia piuttosto un acceleratore.

SETTORI STRATEGICI E AI

“L’attenzione si sta concentrando su un numero limitato di settori strategici, particolarmente importanti nel contesto della competizione tra grandi potenze e in un mondo sempre più instabile. Penso quindi che continueremo ad assistere a una crescente attenzione delle politiche pubbliche verso questi settori, con maggiori misure di protezione, promozione e sostegno alle industrie che si trovano in prima linea nella competizione globale”.

Questa è l’impressione che Mucha ha colto attraverso i suoi contatti con le diverse istituzioni e i decisori politici a livello globale. Nello specifico, il riferimento è ai semiconduttori, ai minerali critici e alle terre rare, alle tecnologie per le energie rinnovabili, alle tecnologie spaziali, alle biotecnologie, ai droni, alle comunicazioni di nuova generazione, alla robotica e all’automazione, alle tecnologie quantistiche e all’intero ecosistema dell’Ai.

Tutto ciò significa che “si apre una nuova era per la politica industriale”. “Tutti i miei interlocutori – dalla Cia al Pentagono, dal Dipartimento di Stato alla Casa Bianca, fino alla Nato – guardano all’intelligenza artificiale non attraverso la lente della produttività, ma attraverso quella della sicurezza nazionale. L’intelligenza artificiale è, prima di tutto, uno strumento di potere dello stato”. È proprio per questa ragione che “non conta solo chi sviluppa il miglior modello di frontiera, ma quali Paesi riusciranno a costruire i sistemi che consentono un’adozione più ampia dell’Ai e un impatto maggiore sulla società”.

UN NUOVO REGIME DI INVESTIMENTO

Dopo decenni dominati da efficienza e globalizzazione, a prevalere, secondo Mucha, sarà la resilienza, perché i governi antepongono la sicurezza nazionale all’efficienza economica. Ci saranno vincitori e vinti a ogni livello (regioni, settori, aziende, asset class) e ciò favorirà la gestione attiva e una maggiore diversificazione. In questo scenario, l’invito è di non sottostimare la geopolitica:

“I mercati possono coprirsi dal rischio, possono adattarsi e aggirare gli ostacoli, finché il fenomeno non si esaurisce e la situazione non torna, prima o poi, verso la media. Non credo che questo sia il modo corretto di interpretare la geopolitica. Penso invece che la geopolitica sia diventata una nuova variabile macroeconomica fondamentale, che influenza tutti gli altri fattori che osserviamo quotidianamente: l’inflazione, la crescita, la politica fiscale e la politica monetaria”.