Il 7° Rapporto Assogestioni-Censis fotografa il rapporto degli italiani con il secondo pilastro previdenziale
Gli italiani riconoscono l’importanza della previdenza complementare, ma continuano a conoscerla poco, a rimandare le decisioni e a guardarla con una certa diffidenza. È quanto emerge dal 7° Rapporto Assogestioni-Censis, che analizza il rapporto tra lavoratori e previdenza integrativa alla luce delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026.
L’indagine, condotta su un campione di lavoratori italiani tra i 18 e i 50 anni, evidenzia un paradosso: la maggioranza ritiene la previdenza complementare uno strumento utile per il futuro, ma i livelli di adesione restano ancora limitati.
Previdenza complementare: percepita come utile ma poco utilizzata
Tra i lavoratori che conoscono la previdenza complementare:
- il 76,1% ritiene che possa aiutare a mantenere o migliorare il tenore di vita durante la pensione;
- il 69,9% pensa che possa contribuire a finanziare progetti ed esigenze nella fase della longevità;
- meno del 40% delle forze di lavoro aderisce però a una forma di previdenza complementare.
Il dato evidenzia una distanza significativa tra consapevolezza teorica e adesione concreta.
Scarsa conoscenza e informazioni poco chiare
La ricerca mostra come la conoscenza del sistema previdenziale integrativo sia ancora limitata:
- il 28,9% dichiara di conoscere bene la previdenza complementare;
- il 57,6% afferma di conoscerla solo a grandi linee;
- il 13,5% non la conosce affatto.
Ancora più significativo il dato sulla conoscenza effettiva: soltanto il 17% dei lavoratori dimostra di comprendere i meccanismi di base del sistema, mentre appena il 6% conosce in modo approfondito le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026.
Inoltre:
- il 55,8% ritiene che le informazioni disponibili siano poco chiare;
- il 18,3% dichiara di aver ricevuto informazioni poi rivelatesi false.
Gli ostacoli principali
Uno dei principali freni allo sviluppo della previdenza complementare è la tendenza a rimandare le decisioni.
Il 45% dei lavoratori sostiene di avere oggi altre priorità e di voler pensare alla pensione più avanti. Il 51,3% ritiene invece inutile pianificare il futuro previdenziale perché le regole cambiano troppo frequentemente.
Questi atteggiamenti contribuiscono a rallentare l’adesione agli strumenti di integrazione pensionistica.
Pensioni future: aspettative basse e preoccupazione per i giovani
Gli intervistati si aspettano una pensione pubblica mediamente pari al 48,4% dell’ultima retribuzione.
Nel dettaglio:
- i lavoratori dipendenti prevedono un tasso di sostituzione del 49,7%;
- i lavoratori autonomi si fermano al 41,5%.
Il 76,6% ritiene inoltre che l’innalzamento dell’età pensionabile non sarà sufficiente a garantire assegni adeguati.
La preoccupazione cresce soprattutto guardando alle nuove generazioni: l’80,3% degli intervistati è convinto che i giovani rischino di non ottenere una pensione dignitosa.
Età pensionabile: nove anni di distanza tra desiderio e realtà
La maggioranza dei lavoratori vorrebbe andare in pensione entro i 60 anni.
Lo desidera:
- il 68,1% dei giovani tra 18 e 35 anni;
- il 65,1% della fascia 36-45 anni;
- il 59,3% dei lavoratori tra 46 e 50 anni.
Tuttavia le aspettative realistiche sono molto diverse.
Solo il 9,3% pensa di lasciare il lavoro prima dei 65 anni, mentre oltre la metà degli intervistati (56,3%) ritiene che andrà in pensione a 70 anni o oltre.
L’età media desiderata per il pensionamento è di 60 anni, mentre quella attesa è di 69 anni: uno scarto di ben nove anni.
Il ruolo decisivo della consulenza previdenziale
Dalla ricerca emerge chiaramente la richiesta di supporto professionale.
Tra coloro che conoscono la previdenza complementare:
- il 55% dichiara che si iscriverebbe più facilmente se affiancato da un consulente esperto e affidabile;
- il 55,9% vorrebbe il supporto di professionisti qualificati per comprendere meglio vantaggi, opportunità, benefici e rischi delle diverse soluzioni disponibili.
Assogestioni: più alfabetizzazione previdenziale per favorire le adesioni
Secondo Maria Luisa Gota, Presidente di Assogestioni, la riforma rappresenta un’opportunità concreta per avvicinare un numero maggiore di lavoratori al secondo pilastro previdenziale.
Le nuove misure introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 potrebbero infatti favorire una crescita delle adesioni, a condizione che siano accompagnate da una comunicazione efficace e da una maggiore alfabetizzazione previdenziale.
Anche Fabio Galli, Direttore Generale di Assogestioni, sottolinea come la previdenza complementare non rappresenti soltanto una risposta alle esigenze future dei lavoratori, ma anche un elemento strategico per la stabilità del sistema finanziario e per lo sviluppo dell’economia reale.
Il 7° Rapporto Assogestioni-Censis conferma che la previdenza complementare è percepita come uno strumento importante per il futuro pensionistico degli italiani. Tuttavia, conoscenza limitata, diffidenza e procrastinazione continuano a ostacolarne la diffusione.
Le novità normative introdotte nel 2026 potrebbero rappresentare un punto di svolta, ma il successo della riforma dipenderà dalla capacità di informare e accompagnare i lavoratori verso scelte più consapevoli e pianificate nel lungo periodo.

