I disordini in Venezuela offrono un esempio di come gli shock legati a petrolio e metalli possono avere conseguenze sull’inflazione e tassi di interesse. DWS

 

Molti aspetti restano poco chiari dopo la cattura, lo scorso fine settimana, del presidente venezuelano Nicolás Maduro, soprattutto per quanto riguarda le materie prime globali. Caracas può essere un interessante banco di prova per un cambiamento di regime di natura diversa. Con l’accelerazione della transizione energetica e il ruolo sempre più centrale dei metalli, i tradizionali legami tra geopolitica, aspettative di inflazione e tassi di interesse sono destinati a cambiare.

 

«Gli shock dell’offerta sui metalli raramente si verificano simultaneamente e i loro effetti sull’inflazione possono essere meno visibili, ma più persistenti», osserva Johannes Müller, Head of Research di DWS. «Quando si valutano gli eventi geopolitici, sarà sempre più importante guardare oltre il prezzo del petrolio quando si valutano le implicazioni di lungo periodo sull’inflazione».

 

 I tassi di inflazione break-even rappresentano la differenza tra i rendimenti delle obbligazioni indicizzate all’inflazione e quelli delle obbligazioni nominali e sono generalmente considerati una proxy delle aspettative di inflazione nel mercato obbligazionario. Tali aspettative risultano fortemente correlate al prezzo del petrolio. Due fattori spiegano questo legame stretto ma instabile. In primo luogo, i prezzi del petrolio si riflettono direttamente sull’inflazione headline dei prezzi al consumo attraverso i costi dell’energia e dei trasporti. In secondo luogo, il prezzo del petrolio fornisce indicazioni in tempo reale sull’andamento della domanda di un’ampia gamma di famiglie e imprese. Un petrolio più debole è quindi spesso associato a una più ampia fragilità della domanda aggregata, segnalando una crescita potenzialmente più contenuta e contribuendo a una discesa dei rendimenti.

 

Seguendo questa logica, anche la sola prospettiva di una rinnovata offerta può raffreddare i prezzi del greggio, facendo scendere le aspettative di inflazione break-even a 10 anni negli Stati Uniti. Poco importa che non sia ancora chiaro chi, a quali costi e in quali tempi possa risollevare il settore degli idrocarburi venezuelano. La sensibilità non è fissa: molto dipende dalle aspettative degli investitori sulla capacità delle banche centrali di ancorare l’inflazione. In tal caso, le autorità monetarie potrebbero “guardare oltre” gli shock petroliferi, a meno che non siano estremi. È per questo che i policymaker si concentrano sull’inflazione core, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari.

 

Altre materie prime, e forse il petrolio stesso in futuro, mostrano uno schema diverso. I metalli industriali sono utilizzati principalmente come input per i beni strumentali. A differenza del petrolio, gli shock sui prezzi dei metalli incidono in modo persistente sia sull’inflazione core sia su quella headline, soprattutto nelle economie esposte nelle reti produttive. L’aumento dei prezzi dei metalli si riflette in macchinari ed elettronica, rendendo l’inflazione core più rigida; gli shock petroliferi colpiscono invece prevalentemente l’inflazione headline. La storia dimostra quanto possano essere complesse le transizioni: il passaggio dall’olio di balena al cherosene e agli idrocarburi nel XIX secolo fu disordinato, volatile e richiese decenni.