Kevin Daly, investment director, emerging markets debt di abrdn, traccia un bilancio sull’evoluzione di questa asset class.

Investire in un portafoglio con focus sulle obbligazioni di frontiera consente di cogliere potenzialmente una serie di opportunità di diversificazione in obbligazioni emesse da governi e altri organismi in circa 40-45 paesi, dove si possono trovare i rendimenti più elevati di tutti mercati emergenti (EM). Riteniamo che questo regga favorevolmente il confronto con il tipico fondo obbligazionario dei mercati emergenti, che offre un’esposizione alle obbligazioni di frontiera limitata a circa il 25%.

Va sottolineato che i rendimenti delle obbligazioni di frontiera sono tipicamente determinati da fattori peculiari. Questo aiuta a spiegare la forte performance registrata quest’anno dai crediti distressed. Un altro argomento a favore dell’investimento in questi strumenti è la bassa correlazione con i Treasury USA.

Dieci anni fa le emissioni di frontiera erano scarse e i gestori che avevano le competenze necessarie per orientarsi in questo mercato erano solo una manciata. La narrativa, oggi, è completamente cambiata, visto che le emissioni delle obbligazioni di frontiera sono costantemente aumentate negli ultimi 15 anni, mentre le curve dei rendimenti si sono estese a 30 anni. Ciò è dipeso, in parte, dai bassi rendimenti nei mercati sviluppati che hanno spinto a una continua ricerca di rendimento altrov, ma anche dal miglioramento dei fondamentali e da una comprensione sempre più estesa dell’asset class.

In questi ultimi anni, tuttavia, gli emittenti di frontiera hanno perso quote di mercato in gran parte a causa degli elevati rendimenti dei Treasury americani. Una nota positiva è che, in assenza di finanziamenti commerciali, gli emittenti si sono assicurati prestiti del Fondo Monetario Internazionale a prezzi più bassi. Se escludiamo Kenya e Pakistan, inoltre, non vediamo scadenze significative per il 2024. A nostro avviso, ciò dovrebbe mitigare il rischio di insolvenza nel breve termine.

Ciononostante, riconosciamo che il rischio di credito si è deteriorato e che, nei prossimi anni, potrebbero verificarsi ulteriori eventi creditizi, alla luce di un numero limitato di default storici sui titoli di Stato (cinque negli ultimi tre anni). Riteniamo, tuttavia, che gli spread attuali sovrastimino il rischio di default nella maggior parte degli emittenti della nostra strategia.

Quali sono le prospettive per le obbligazioni di frontiera?

È improbabile che l’espressione “mercati di frontiera” smetta di far pensare a paesi ad alto rischio. Tuttavia, abbiamo cercato di contrastare questa percezione evidenziando gli elevati rischi politici ed economici che esistono anche in molti dei mercati emergenti mainstream. Aggiungiamo, inoltre, che gli investimenti nei mercati di frontiera compensano i cosiddetti rischi più elevati offrendo rendimenti più interessanti.

Questo non significa sminuire i rischi. Come abbiamo affermato in precedenza, è probabile che nei prossimi anni assisteremo a ulteriori eventi creditizi a causa delle ricadute della pandemia, della guerra Russia-Ucraina e dei tassi d’interesse più elevati più a lungo.

A partire dal 2020, abbiamo assistito a default governativi in Zambia, Belize, Suriname, Sri Lanka e Ghana. Detto questo, ci sono stati default anche in paesi non di frontiera, come l’Ecuador, l’Argentina e il Libano. L’eventualità di ulteriori eventi creditizi non dovrebbe però scoraggiare gli investimenti nei mercati di frontiera o emergenti. Dopotutto, le insolvenze sono parte integrante da sempre del mercato obbligazionario high yield degli Stati Uniti, ma ciò non ha scoraggiato gli investitori ad allocare in questa asset class.

È invece essenziale selezionare un fund manager con un ottimo track record di investimenti nei mercati di frontiera e che sia in grado, in particolare, di valutare le implicazioni giuridiche e d’investimento degli eventi creditizi.