L’Italia ha tanto risparmio, ma una quota ancora troppo limitata riesce a trasformarsi in capitale per le imprese. A fronte di oltre 6.000 miliardi di euro di attività finanziarie delle famiglie, circa 1.600 miliardi restano liquidi sui conti correnti e meno dello 0,7% è investito in azioni quotate di società italiane. Colmare questa distanza è una delle sfide per rilanciare crescita e competitività. E la consulenza finanziaria può giocare un ruolo decisivo, mettendo in relazione un potenziale di 88 mila imprese e 12 milioni di famiglie.

È il quadro che emerge dal rapporto “Il capitale di rischio e la crescita economica in Italia e in Europa. Il ruolo della consulenza finanziaria tra vincoli e opportunità”, realizzato dal Centro Arcelli per gli Studi Monetari e Finanziari (CASMEF) della LUISS e presentato in occasione dell’evento “Risparmio e impresa: nuove traiettorie per la crescita”, organizzato a Roma da AIPB-Associazione Italiana Private Banking e CASMEF LUISS.

Europa, servono quasi 1.200 miliardi di investimenti l’anno

Il tema va oltre i confini italiani. Dal 2000 al 2024 il Pil degli Stati Uniti è quasi triplicato, mentre quello europeo è cresciuto di circa 1,4 volte. Per sostenere transizione energetica, innovazione tecnologica e difesa comune, le esigenze annuali di investimento dell’Europa sono stimate in quasi 1.200 miliardi di euro. L’Europa dispone però di due risorse che, secondo AIPB, non sono ancora pienamente valorizzate: le imprese e il risparmio delle famiglie.

Le PMI producono il 56% del valore aggiunto dell’economia europea, contro il 39% negli Stati Uniti, mentre le famiglie europee detengono circa 40 mila miliardi di euro di ricchezza, con una propensione al risparmio del 15%. Una parte di questa ricchezza potrebbe quindi trasformarsi nel capitale di lungo periodo necessario alle imprese per finanziare crescita e investimenti.

Il paradosso italiano: 1.600 miliardi restano liquidi

È in Italia che questa distanza tra disponibilità di risparmio e finanziamento delle imprese assume caratteristiche particolarmente evidenti.

Il patrimonio netto delle famiglie supera i 12 mila miliardi di euro, mentre le attività finanziarie lorde sono superiori a 6 mila miliardi. Eppure circa 1.600 miliardi restano liquidi sui conti correnti e meno dello 0,7% del patrimonio finanziario delle famiglie è rappresentato da azioni quotate di imprese italiane.

Un paradosso che il rapporto CASMEF sintetizza nella difficoltà di trasformare una ricchezza privata molto elevata in capitale capace di sostenere crescita, innovazione e competitività del sistema produttivo.

Famiglie italiane: il 36% del portafoglio è in liquidità

Il comunicato AIPB aggiunge un ulteriore elemento. Nel 2025 la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ha raggiunto 6.488 miliardi di euro, ma negli ultimi vent’anni è cresciuta mediamente del 2,6% l’anno in termini nominali e appena dello 0,7% in termini reali.

Anche le preferenze degli investitori restano fortemente difensive. Il 63% indica come priorità la sicurezza di non perdere il capitale, mentre soltanto il 15% mette al primo posto il rendimento di lungo periodo.

La conseguenza si vede nella composizione dei portafogli: la liquidità pesa per il 36% in Italia contro l’11% negli Stati Uniti, i titoli di Stato per l’8% e le azioni appena per il 3%, contro il 30% negli Usa.

Secondo una simulazione riportata da AIPB, 10 mila euro investiti trent’anni fa sarebbero diventati circa 20.800 euro in un portafoglio composto soltanto da liquidità, contro oltre 90 mila euro in un portafoglio orientato alla crescita. Si tratta di una simulazione basata sul modello e sui dati citati da AIPB e non di una previsione di rendimento futuro.

Imprese troppo dipendenti dalle banche

Dall’altra parte ci sono le imprese. Il rapporto evidenzia una persistente dipendenza dal credito bancario, mentre soltanto il 10% delle aziende ricorre ai mercati dei capitali.

Il confronto internazionale è significativo: la capitalizzazione di Borsa Italiana equivale al 38% del Pil, contro il 100% della Francia e il 159% della Svezia.

A questo si aggiunge la ridotta propensione degli imprenditori ad aprire il capitale a investitori esterni e un mercato azionario che negli ultimi anni ha registrato più uscite che ingressi: tra il 2023 e il primo semestre 2025 sono stati registrati 86 delisting e 62 nuove quotazioni.

Le PMI che aprono il capitale crescono di più

L’analisi AIPB-Prometeia su 450 bilanci introduce però un elemento interessante sul rapporto tra struttura finanziaria e crescita aziendale.

Tre scelte strategiche risultano associate a performance migliori: diversificare le fonti di finanziamento, aprire il capitale e pianificare per tempo la continuità aziendale.

Nel triennio 2022-2024, le imprese che adottano questi comportamenti hanno registrato differenziali medi di crescita del fatturato rispettivamente del +106%, +46% e +64% rispetto alle altre aziende analizzate.

Eppure più di un imprenditore su tre non si è mai posto il problema della diversificazione delle fonti di finanziamento e strumenti come private equity, minibond e club deal rimangono ancora poco conosciuti.

Ragaini: 88 mila imprese e 12 milioni di famiglie da mettere in relazione

È proprio nello spazio tra imprese alla ricerca di capitale e famiglie con patrimonio investibile che Andrea Ragaini, presidente di AIPB, individua uno dei possibili terreni d’azione della consulenza finanziaria e patrimoniale.

La platea potenziale comprende 88 mila aziende con più di dieci addetti e una relazione bancaria già attiva sul finanziamento e 12 milioni di famiglie con oltre 50 mila euro di ricchezza finanziaria investibile. Queste ultime rappresentano complessivamente circa 3.500 miliardi di euro.

«Per tornare a crescere occorre valorizzare appieno due grandi risorse che già abbiamo: impresa e risparmio», afferma Ragaini. Il Private Banking, secondo il presidente AIPB, può intervenire su entrambi i fronti: aiutando le imprese ad ampliare le alternative di finanziamento e le famiglie a distinguere la liquidità necessaria dalle risorse che possono essere investite con un orizzonte temporale più lungo.

Private Banking, 1.400 miliardi di masse

Il settore parte già da dimensioni rilevanti. Il Private Banking gestisce 1.400 miliardi di euro, dei quali il 30% fa capo a imprenditori. Inoltre, il 91% dei clienti dichiara di avere migliorato le proprie competenze finanziarie grazie al confronto con il private banker.

Il rapporto CASMEF quantifica inoltre in circa 168 miliardi di euro a fine 2024 il contributo integrato del Private Banking all’economia reale, in crescita del 39% rispetto al 2018.

Oltre l’83% delle azioni di società italiane quotate detenute dalle famiglie fa inoltre capo, secondo gli ultimi dati disponibili riportati nello studio, a clienti Private.

Confindustria: con una piccola quota di risparmio si potrebbero attivare 25 miliardi

A quantificare ulteriormente il potenziale è Angelo Camilli, vicepresidente di Confindustria per il Credito, la Finanza e il Fisco.

Secondo la stima riportata da Camilli, indirizzando verso l’economia domestica l’1% dei risparmi delle famiglie oggi detenuti su conti correnti e depositi e il 2,5% delle risorse degli enti previdenziali, si potrebbe attivare un flusso di circa 25 miliardi di euro.

L’obiettivo, secondo Confindustria, dovrebbe essere accompagnato da incentivi strutturali alla capitalizzazione e da misure che favoriscano l’incontro tra risparmio e imprese, soprattutto PMI e mid cap.

Tre proposte per trasformare il risparmio in investimenti

Il rapporto CASMEF avanza infine tre proposte per ampliare la partecipazione dei cittadini agli investimenti di lungo periodo e avvicinare una quota maggiore di risparmio all’economia reale.

La prima è il micro-risparmio automatico dai consumi, un sistema volontario attraverso il quale una piccola quota delle transazioni digitali verrebbe trasformata in investimenti destinati alle PMI e all’economia reale.

La seconda è un “Cash Forward” previdenziale, che collegherebbe i pagamenti elettronici alla costruzione di una posizione previdenziale individuale attraverso un incentivo pubblico legato all’1% del relativo gettito Iva.

La terza prevede una dote studentesca per il risparmio di lungo periodo, attraverso un contributo pubblico annuale destinato agli universitari e investito in una posizione individuale. Nel rapporto completo la proposta viene quantificata in 500 euro l’anno, con un costo stimato di 750 milioni per una platea di 1,5 milioni di giovani.

Dal risparmio alla crescita dell’economia reale

Il filo conduttore è quello di ampliare la partecipazione dei cittadini ai mercati finanziari e trasformare progressivamente una quota maggiore del risparmio da riserva inattiva a risorsa per imprese, innovazione e nuove generazioni.

Per il direttore del CASMEF LUISS Giorgio Di Giorgio, occorre intervenire su educazione finanziaria, previdenza integrativa e contributo degli investitori istituzionali all’economia reale, accompagnando queste azioni con un quadro normativo e di incentivi più semplice e stabile.

La questione, quindi, non è soltanto quanto risparmiano gli italiani, ma come viene allocata questa ricchezza. Avvicinare famiglie e imprese, migliorare la cultura finanziaria e aumentare gli strumenti disponibili per finanziare la crescita sono le direttrici indicate da AIPB e CASMEF per trasformare una delle principali risorse del Paese in capitale produttivo.